Mourinho: "Ho dato tutto per i romanisti. Dopo Budapest sono tornato morto. Ho pagato perché avevo una visione diversa dalla proprietà"

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José Mourinho è pronto a tornare allo Stadio Olimpico. Il 14 ottobre, in occasione di Roma-Real Madrid, il tecnico portoghese ritroverà il popolo romanista con cui ha vissuto due anni e mezzo pieni di emozioni. Lo Special One ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni del Corriere dello Sport, in cui ha parlato inevitabilmente della sua esperienza vissuta nella Capitale. Ecco alcune delle sue parole.
Quando hai saputo che saresti venuto al Real Madrid? Quando hai cominciato a pensare che saresti tornato?
“Di solito prima esiste il contatto e dopo inizia il rumor, che nasce da quel contatto: qualcuno parla da un lato, qualcuno dall’altro, e il rumor parte quando c’è già qualcosa. Qui è stato esattamente l’opposto: i rumors sono iniziati quando i contatti erano zero. Io ero felice al Benfica, che è un club speciale per me. Stavo a dieci minuti da casa, una cosa che non succedeva da vent’anni. Era un club che aveva bisogno di un salto e io pensavo di restare lì, con il mio contratto di tre anni. È iniziato il rumore, e niente”.
Eri sorpreso da quel rumors?
“Sì, sì, sorpreso. Ma non ci ho pensato: è un rumor. Il Real Madrid aveva cambiato allenatore a metà stagione, era entrato Arbeloa, le cose e i risultati non erano buoni, ed è iniziato il rumor. Però nessuno ha parlato con me. Il mio rapporto con il Real Madrid dura da 13 anni, da quando me ne sono andato: siamo sempre rimasti in contatto, siamo amici, legati, anche dopo tanti anni. Con Carlo allenatore qui, anche la relazione che abbiamo noi non lascia spazio a dubbi. Sapevo di essere amico del presidente Florentino: non c’era niente da nascondere”.
Non c’erano ombre.
“No, non c’erano ombre, e io sono sempre stato vicino al Real Madrid. Quando è iniziato il rumore ho pensato che non fosse vero: ero al Benfica, con la testa nel Benfica, nel futuro del Benfica. Non ho mai pensato che fosse vero. Poi abbiamo giocato tre partite in due settimane. Abbiamo vinto la partita che ci ha qualificati, una qualificazione storica: dopo quattro partite a zero punti, nessuna squadra si era mai qualificata, e noi ci siamo riusciti all’ultimo secondo dell’ottava partita contro il Real Madrid, con un gol di un portiere. Una cosa incredibile. Poi l’eliminatoria è stata molto dura per la situazione di Vinícius e Prestianni, difficile per tutti. Sono stato di là e adesso sono di qua: ho vissuto dall’altra parte, e dopo ho capito tutto”.
Sull'addio alla Roma
"L'uscita dalla Roma mi ha fatto male al cuore. Non esiste una mia parola contro la Roma o la proprietà. Ho fatto delle dichiarazioni negative nei confronti di Tiago Pinto e poi mi sono scusato. Sono una persona molto educata nei rapporti umani. Ho sempre il sentimento che sarà per sempre casa mia".
A Roma hai vinto e fatto una finale in due anni, poi c'è stata la rottura. Un rapporto così viscerale non l'ho mai visto. Cosa c'è stato di speciale tra te e la Roma?
"Io dico sempre che il giorno in cui sono arrivato c'erano mille persone e ho pensato che non avevo fatto ancora niente per questa gente. Non meritavo questo ma capisci che questa è Roma. C'è stata da subito connessione. Loro hanno capito che esisteva solo la Roma e i romanisti. Ho lottato per loro, ho dato tutto. Per un club che non vince tanto la Conference ha un grande significato. L'altro giorno un mio amico è andato a Trigoria e mi ha mandato la foto della coppa, ce n'è solo una. La finale di Budapest è stata il punto massimo di questa connessione. Finisce la finale, andiamo in vacanza, quando torno sono tornato già morto. Torno morto dalla Uefa che mi ha fatto pagare per una cosa che non è mia responsabilità. Quello che è successo all'aeroporto non è mia responsabilità. La mia responsabilità erano gli insulti all'arbitro nel garage. Io ho pagato per il rapporto con la proprietà, che aveva un profilo e un approccio diverso dal mio e dopo qualche mese sono stato messo fuori".
A Roma sei secondo come idolo dopo Totti
"Francesco non si tocca. Non mi sento vicino a lui, né il secondo. La Roma ha una storia bellissima, anche se con pochi momenti di gloria. Ha dei giocatori storici, mi viene subito in mente Bruno Conti perché lo amo. Io sono stato solamente uno che è stato lì e che ha dato tutto, la gente lo ha capito. La finale di Budapest, più che la finale vinta, definisce chiaramente questo sentimento che loro hanno verso di me".
Che accoglienza ti aspetti all'Olimpico?
"Non mi aspetto niente. Mi aspetto solo rispetto. Ancora non mi sono iniziato a preparare per quella partita. Né dal punto di vista dell'allenatore, né da quello di un ex che torna a casa. Non ho ancora pensato a questa cosa. Mi devo difendere e preparare il meglio possibile per fare il mio lavoro bene. Devo cercare di dimenticare dove sono, contro chi gioco. Ho fatto questo con l'Inter, con il Chelsea, devo dire che Roma è diverso e che per la prima volta devo fare quella strada che ci porta allo stadio senza una passione bellissima e incredibile da parte dei tifosi della Roma".
Ancora sull'esonero con la Roma... e il ritorno all'Olimpico
"Con la Roma sono stato esonerato il giorno della finale di Budapest. Non ho mai discusso pubblicamente della situazione, se all'Olimpico dovessi incontrare qualcuno della proprietà li saluto senza nessun tipo di problema. La storia è finita, ci sono i ricordi che non te la fanno dimenticare. Ma non è una cosa che mi massacra. Roma per me è Roma. Arrivare allo stadio, il tunnel dell'Olimpico, la panchina, non c'è modo di fare il bugiardo e dire che è uguale ad entrare in un altro stadio. Quando arrivo là inizia la storia e c'è il Real.

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