Nel nome del padre

La penna degli Altri
garcia dal basso 2014
CORSERA (L. VALDISERRI) - Nel nome del padre. José Garcia. Tutto nasce lì. Nel rapporto tra un papà e un figlio, con il pallone che prima li ha divisi e poi uniti per sempre.
«Voleva prima di tutto che ricevessi una buona educazione. Era il papà che portava i soldi a casa, anche se non erano tanti. Mamma doveva crescere i figli. Spagnolo. Orgoglioso. Un uomo forte, duro, che non mostrava sentimenti, anche se bastava uno sguardo per capire che ci amava. Io, però, non sono così. Perché aspettare per dire ti amo? Magari, domani, non potrai più dirlo. In un secondo può cambiare tutto nella vita»
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Rudi Garcia, l’allenatore che ha ricostruito la Roma, dopo aver vinto campionato e Coppa di Francia con il Lilla, nel 2011, ha scelto la professione del padre dopo averla odiata, perché glielo portava via tutti i sabati e tutte le domeniche. Poi la vita ha portato via José davvero, ma Rudi sa che sul prato verde lo ritrova ogni volta.
Ricco, famoso e anche bello, dicono le tifose della Roma: a 50 anni cosa manca a Rudi Garcia?
«Questo mestiere ti mangia la vita. Ero nato per farlo, ma lo negavo. Vedere mio padre sempre fuori, mi ingelosiva. Ora mi sento un privilegiato che vive della sua passione».
Tre femmine. Le è mancato un figlio maschio da chiamare José?
«Non ho rimpianti e dico che è stata una fortuna, perché così non devo andare su un altro campo di calcio per vedere un figlio giocare. Però c’è un 1% che dice: sì, sarebbe stato bello».
Ha sublimato con i calciatori? Tanti figli maschi?
«Diciamo che conosco i problemi dei giovani maschi».
È credente?
«Credo nell’uomo, soprattutto».
Ha ricostruito la Roma partendo da un concetto: essere positivi. È un dono naturale o un calcolo?
«È il mio carattere, non sopporto la gente negativa. Basta guardarsi intorno per capire che siamo fortunati».
Per la Roma, dopo la finale di Coppa Italia persa con la Lazio, era lei l’ultima chance?
«Il contesto lo conoscevo, sapevo che dovevamo vincere per uscirne. È una piazza difficile? Andiamo avanti, mi sono detto. Mi piacciono le sfide».
Al Saint Etienne, le dissero: Rudi, ti diamo 100 mila franchi al mese (15 mila euro attuali), non ne vedrai mai così tanti...
«Ma io pensavo: vi sbagliate».
Sabatini la chiamò per un colloquio e le disse: tanto prenderò un altro allenatore...
«Ma io, dopo il colloquio, ho pensato: ha cambiato idea».
Il suo contratto ha un’opzione dopo il secondo anno?
«No, scadrà a giugno 2015».
Sente di aver conquistato i tifosi della Roma?
«Quando sono arrivato, ho chiesto fiducia. Lasciateci dimostrare di poter fare bene. Ora hanno visto questa squadra unita, che non molla mai, che dà il meglio in campo. Sono fiero di vedere i tifosi più felici, ma non conosco ancora bene la piazza. Tutto è facile quando un allenatore vince, non sono ingenuo».
La Roma è stata l’unica rivale della Juve, ma un sacco di tifosi non vogliono più vedere Ljajic. È scaduta, per lui, l’ultima chance?
«Ha fatto 5 gol e 5 assist, non li dimentico. Mi sono arrabbiato con lui a Napoli, dopo il gol di Callejon, perché era chiaro come si doveva difendere. Se riesco a fare di lui un giocatore più potente e veloce, per me può diventare come Hazard.».
Se le vendono Pjanic si incatena ai cancelli di Trigoria?
«Promesso (ride)».
Perché Dodò non gioca più?
«Si è infortunato. Poi Romagnoli ha iniziato a giocare alla grande».
Gervinho ha detto: la vittoria con la Lazio è stata per i tifosi, quella con la Juve in Coppa Italia è stata per noi.
«Il derby ci ha permesso di andare avanti più serenamente. Battere la Juve ci ha fatto capire che non dobbiamo avere paura di nessuno».
Avete recuperato sei punti in quattro giorni, ma può non bastare.
«Se facciamo il record di punti, darà forza al gruppo. Se non saremo primi, saremo secondi».
È Destro il futuro?
«La Roma ha fatto gol con 17 giocatori diversi, ma quando si parla di mercato si pensa solo al centravanti. Viene da un grave infortunio, il vero Destro non l’abbiamo ancora visto. Gli ho mostrato i video di Tevez, Suarez, Higuain. Segnano come Mattia, ma fanno anche un pressing incredibile, odiano la sconfitta. In questo senso, Suarez è il più forte di tutti. Mattia deve solo “sciogliersi” di più».
Sinisa Mihajlovic ha detto: uno stadio con le curve chiuse è come una donna senza seno.
«Lo stadio vuoto è una brutta pubblicità per il calcio italiano. All’esterno dà un’idea di razzismo, ma non si trattava di quello. Però non è una critica alla regola, anch’io non vorrei più vedere problemi negli stadi».
Arriva un giocatore in ritardo di un minuto alla riunione tecnica: lo manda in tribuna?
«Non mi sono mai tirato una pistolettata sul piede».
Un suo giocatore dà uno schiaffo a un altro, ma non lo sa nessuno. Nasconde tutto?
«Parlo prima con uno e poi con l’altro. Poi con tutti e due insieme. Ci sono modi di punire un giocatore senza danneggiare la squadra. Se non gli fai vedere la palla per una settimana, poi, vedi come gioca».
Al Lilla ha fatto giocare Barel Mouko, portiere del Congo, che era un sans papier...
«È un uomo con una grande fede, semplice e umile. Un portiere di qualità a cui mancavano 5 centimetri per essere un grandissimo. È arrivato dal nulla, in grosse difficoltà, abbiamo sistemato tutto. Gioca ancora nella sua nazionale. E poi c’è Rio Mavuba, il mio capitano al Lilla. Sul suo passaporto c’è scritto: nato in mare. Era un barcone di profughi. Con gente come lui, in campo, non hai paura di nulla».
E con Totti in campo? Se lo avesse avuto a 27 anni anziché a 37?
«Ho un Francesco con ancora più esperienza. Non avrà il fisico di 10 anni fa, ma è un genio».
Come Cruijff?
«La finale del Mondiale ’74 l’ho vissuta come una grande ingiustizia. L’Olanda era la bellezza fatta calcio. Poi, anni dopo, ho pensato: il rigore tedesco serve».

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