Il primo a parlarne fu... Dino Viola

La penna degli Altri
mercoledì, 29 dicembre 2010 alle 9:24
IL ROMANISTA (M. IZZI) - La mattinata di ieri trascorsa alla Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio era per me consacrata a ricerche dedicate alla Roma del passato, ma la bobina dell’aprile del 1982 mi ha consegnato ad un’attualità tanto inaspettata quanto curiosa da analizzare.
A margine di questa iniziativa Dino Viola espose la sua idea di quello che sarebbe stato il futuro della Roma negli anni a venire, un intervento lucido e sorprendente per quelli che sono i discorsi all’ordine del giorno nel mondo giallo-rosso in queste settimane. Per presentare quale fosse, quasi trent’anni or sono, il parere di Dino Viola sull’azionariato popolare e sull’allargamento del concetto di “proprietà” di una società di football, occorre riassumere il contesto in cui quelle dichiarazioni vennero fatte.
La Roma, pur reduce da una bella vittoria contro il Milan sul campo neutro di Verona, si trovava al quinto posto in classifica, con otto punti di ritardo dalla Juventus capolista. Appariva evidente, che dopo la grande avventura del campionato precedente, in cui solo Paolo Bergamo aveva potuto arrestare la marcia giallo-rossa, lo scudetto era destinato a non arrivare. Frustrati dunque i sogni di rivincita dopo il colossale furto subito con l’annullamento del gol di Turone, e frustrati i sogni di ribaltare la situazione a suon di clamorosi colpi di mercato. Proprio in quelle settimane infatti, Viola avrebbe dovuto in rapida sequenza registrare le insormontabili difficoltà che gli avrebbero impedito di portare nella capitale Boniek (“Costa come Maradona”, dichiarerà il presidente) e Cerezo, che arriverà solo all’inizio della stagione 83/84. Che la situazione del mercato si fosse complicata era confermato anche dalla partenza di Francesco Rocca per il Perù (forse per un sondaggio su Barbadillo) e dalle avance, al limite dell’offensivo, fatte dall’Udinese per rilevare, con un miliardo e seicento milioni, il cartellino di capitan Agostino Di Barolomei.
A questo, si aggiunge il dato oggettivo del cambio della normativa, che, con il varo della legge 91 che regolamentava la gestione operativa dei vari club, imponeva la ricerca di nuove strategie gestionali. E’ in questo clima dunque, che l’8 di aprile l’AS Roma dirama un comunicato ufficiale che spiega come il Club intenda: «Allargare il proprio capitale sociale per quei tifosi e sportivi che desiderano essere più vicini alla società e dare un concreto supporto Viola, come nel suo stile non si tirò indietro nello spiegare dettagliatamente la filosofia che c’era dietro quel tentativo: «Se un giorno potessi lasciare la Roma con l’etichetta del grande club significherebbe già aver vinto lo scudetto. ( ) Adesso cerchiamo di migliorare l’assetto societario e non c’è modo migliore che avere i tifosi al proprio fianco. Mi aspetto che questa iniziativa per ora soltanto simpatica riscuota successo e adesioni. Oggi la Roma viene retta e gestita da pochi amici (i componenti del consiglio d’amministrazione N.d.R.) e io sono dell’idea che allargare la base non possa che
dare vantaggi. Il fatto che gli attuali azionisti abbiano un diritto di opzione non significa nulla, io attualmente
controllo il 56 per cento del pacchetto azionario ma sono prontissimo a cedere il mio cinque per cento a chiunque fosse disponibile a rilevarlo. Oggi siamo in sei, sette persone a ritrovarci e a programmare il futuro della Roma, domani potremmo essere dieci, quindicimila e avere più idee più voglia di fare». Questo dunque era il punto di vista di Viola, resta da capire cosa pensino oggi i tifosi della Lupa.

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