Pruzzo: «Cinque gol all'Avellino poi alla fine ci fu il Lecce. Scudetti e mondiali tolti. Per tutti resto il Bomber»

La penna degli Altri
mercoledì, 12 febbraio 2025 alle 8:37
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«Retegui? È forte, vede la porta. Fare quattro gol come lui contro il Verona è difficile. Ma non dimenticate che c'è chi in una partita ne ha fatti cinque...»
. È il 16 febbraio 1986, Roma-Avellino 5-1: 15' p.t. Pruzzo (rig), 27' p.t Diaz, 13' s.t. Pruzzo, 25' s.t. Pruzzo, 43' s.t Pruzzo, 45' s.t Pruzzo (rig). Un gol di testa, due di sinistro, due di destro. Tutto il campionario. Poteva farne anche un paio in più, uno glielo negò il portiere e in un'altra occasione preferì servire Conti. Nella storia della Serie A, solo nove giocatori prima di lui ave-vano fatto 5 gol, l'ultimo Hamrin con la Fiorentina nel 1964. (...)
Roberto, sono passati 39 anni.
«Sembra ieri, che giornata! E che palle il tempo che passa. Ma lo sai che nessuno mi chiama più Roberto? Era rimasta solo mia madre, se per strada sento il mio nome neanche mi giro, da quasi cinquant'anni per tutti sono il "Bomber" , anche per mia figlia».
E allora Bomber, riavvolgiamo il nastro di quella partita e di quella stagione...
«Basta una gara per capire di quale campionato par-liamo: Roma-Lecce. Era la stagione 1985-86, faticammo all'inizio accumulando un distacco dalla Juve di 8 punti, quando la vittoria ne valeva 2. Io nel girone di andata giocai poco e feci appena due gol. Nel girone di ritorno mi scatenai e in 13 partite feci 17 reti, di cui 5 contro l'Avellino. Divenni per la terza volta capocan-noniere con 19 gol davanti a Rummenigge conn , Pl-tini 12 e Maradona 11. Giocavamo un calcio meraviglioso, moderno, a mille all'ora: recuperammo lo svantaggio ma poi alla penultima giornata contro il Lecce già retrocesso... Non me lo far ricordare dai...».
Qualcuno ricamò su quel 2-3, si fantasticò pure di scommesse sul risultato del primo tempo.
«Stronzate. Nello spogliatoio della Roma non si cazzeggiava. C'erano personalità forti, io ero uno dei leader. Se qualcuno avesse fatto qualcosa di sbagliato, non ne usciva vivo. Semplicemente quella partita fa parte delle follie del calcio, quelle che lo rendono imprevedibile e affascinante. Eravamo sicuri di vincere, Lo Bello ci annullò il 2-0 e neanche protestammo. Nel Lecce entrò il portiere di riserva, Negretti, e fece il mostro. Una gara stregata: noi ci finimmo dentro e fu un casino».
(...)
E poi c'è Roma-Liverpool...
«La Coppa dei Campioni persa in casa ai rigori è la ferita che ancora sanguina dopo 40 anni. Io segnai il gol dell'1-1 nel primo tempo e poi uscii ai 63' » .
Si disse per problemi di... stomaco.
«Ma quale dissenteria, presi un violento calcio sulle palle, da sotto con la punta dello scarpino: io già correvo poco, dopo quel colpo non riuscivo più a muovermi. Ai rigori io ero fuori, Cerezo uscì per crampi, Maldera era squalificato, Falcao non se la sentì. E sbagliarono Conti e Graziani».
Il gran rifiuto del "Divino": l'ha perdonato?
«Sì, certo, anche chi come Paulo Roberto in campo era Divino può avere delle debolezze umane».
(...)
Ma "Er gol di Turone era boro", come redta il titolo di un recente e premiato docufilm?
«E me lo chiede? Certo che era buono. Non c'era bisogno del Var. Misi io di testa il pallone in mezzo per l'arrivo di Ramon che veniva da dietro e segnò in tuffo. Era valido: quando lo rivedo mi incazzo».
(...)
Un ricordo di Viola e Liedholm?
«Il Presidente vedeva più lontano di tutti, costruì l Roma tassello dopo tassello. Mi voleva bene, dopo le trasferte tornavo spesso in macchina con lui, la prima cosa che mi chiedeva era: "Come è andato l'arbitro?". E io anche se non era successo niente: "Una merda, Presidente, questi ci massacrano sempre". Liedholm era un genio: sapeva scegliere gli uomini, dava serenità e ti faceva credere di essere anche più forte di quello che eri. Una volta, neL 1980 a Napoli perdemmo 4-0, ero giù, non l'avevo mai toccata. E lui: "Roberto, tranquillo, hai giocato bene, per la squadra". La giornata dopo andammo a vincere a San Siro 4-2, io feci tre gol... Un giorno mi sbagliai e indossai il suo cappotto che era uguale al mio, nelle tasche c'erano corni e amuleti contro la jella».
(...)

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