Capello: "I miei derby scudetto"

La penna degli Altri
giovedì, 04 aprile 2013 alle 9:20
capello20roma
IL MESSAGGERO (U. TRANI) - «Ho vissuto questa sfida da calciatore e da tecnico, sempre con la Roma. Grande la differenza. Quando giocavo, pensavamo solo agli sfottò. Quando allenavo in ballo c’era invece lo scudetto. Proprio il derby che piaceva a m
Perché questo è unico?
«E’ l’ambiente che diffonde qualcosa di diverso. Non puoi non ascoltare in giro quanto sia grande l’attesa della gente. Le radio, le tv, i tifosi, i giornali, i mercati e le voci di tutti. E’ la città che spinge i protagonisti in campo. In anticipo, già ad inizio stagione».
Capello il freddo. Si fa il suo nome per indicare l’allenatore ideale da avere in panchina contro la Lazio. Come mai?
«Sanno che cosa facevo in settimana. La gara è molto particolare e si sa. La tensione si respira dappertutto. Se ne metti troppa addosso, ti presenti alla partita già morto. Finito e sfinito».
Quindi?
«Ero attento a non far sprecare energie ai giocatori per non perderlo prima di iniziare».
E’ vero che cambiò mentalità alla Roma?
«Guidavo una squadra da vertice. Il derby per me non doveva contare per la supremazia cittadina ma per per il campionato. Fu così in quei cinque anni. Anche la Lazio era fortissima».
Vinse il primo 4 a 1. Ricorda?
«Benissimo. Una grande soddisfazione perché loro erano già grandi e noi eravamo appena partiti. In quella stagione il titolo fu loro, la successiva toccò a noi. Ero contento perché il derby, da quando ero in panchina, valeva davvero un’annata. Da giocatore era una cosa solo per noi».
Che cosa vuol dire?
«Si doveva vincere per evitare le prese in giro. Una volta perdevamo uno a zero e tirai il rigore del pari a tre minuti dalla fine. Ero emozionato più che impaurito. Ma pensavo solo agli sfottò che avrei subito per strada se lo avessi sbagliato».
Guardava all’aspetto psicologico per scegliere i giocatori?
«Puntavo sui migliori. So che i romani come Totti e De Rossi lo sentivano tanto, ma anche gli altri subivano la pressione della piazza. Lo preparavo tatticamente. E sdrammatizzavo».
Come?
«Con battute, anche sui rivali. Attento che c’è Nedved, se ti prende Veron. E lavorando in campo, per non farli pensare troppo. Giocavamo. Seriamente, però. Il derby può essere divertente solo dopo. Prima, invece, bisogna sudare e studiare. Io volevo sorprendere gli avversari».
Come quella volta che escluse Batistuta e Montella la ripagò con quattro gol?
«Proprio con le azioni provate in settimana. Per colpirli in mezzo alla difesa. Finì con quel cucchiaio di Totti a Peruzzi. Bello, no?».
Brutto il suo secondo: l’unica sconfitta diventò decisiva per lo scudetto della Lazio. Non lo avrebbe mai voluto perdere.
«Ci sta di cadere, eravamo andati pure in vantaggio. Che dispiacere. Ma quella Lazio era una squadra davvero competitiva. Scudetti pesanti i nostri. Contro la Juve, l’Inter e il Milan».
Si gustò il derby successivo: segnò Negro, ma per voi. Rimane il migliore?
«Certo. Per i tifosi. Loro lo sognavano così. Su autorete. E fu scudetto».
E ora Petkovic-Andreazzoli.
«Non li conosco, ma il laziale sta facendo cose ottime e il romanista è equilibrato e intelligente come si è visto dai risultati ottenuti fino a Palermo. Tocca a loro».

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