Tutti a casa

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CORSERA (F. MONTI) - L’Italia torna a casa, come quattro anni fa e l’eliminazione con l’Uruguay travolge tutti. Il gol di Diego Godin chiude l’avventura azzurra al Mondiale brasiliano, seconda uscita di scena consecutiva dopo il primo turno (e sempre il 24 giugno, come nel 2010), come nel 1950-1954 e nel 1962-1966; quarantacinque minuti dopo, Cesare Prandelli (stesse panchine di Lippi: 56) e Giancarlo Abete, c.t. e presidente federale, che avevano portato l’Italia al secondo posto a Euro 2012 e al terzo nella Confederations Cup, si sono dimessi, con un gesto di estrema responsabilità, che riassume il momento di assoluta emergenza del calcio italiano (Albertini era già in uscita, come annunciato prima di partire per il Brasile) e che evita il braccio di ferro con il Coni, sempre ostile in questi mesi nei confronti del vertici Figc. In attesa di sapere come sarà il futuro, il presente è legato a questa partita con l’Uruguay, che l’Italia ha giocato male, per il semplice fatto che non aveva le forze per fare di più e senza energie non si va da nessuna parte. Prandelli ha messo in campo gli uomini migliori che aveva a disposizione e ha applicato il sistema di gioco più affidabile, ma è mancata la forza interpretativa, cioè le gambe, per mettere alle corde l’Uruguay, che ha condotto la gara, così come l’aveva pensata Tabarez, nel pieno rispetto della tradizione. Il primo obiettivo della Celeste era quello di non andare sotto, perché due gol in rimonta a questa Italia non li avrebbe mai fatti; il secondo era quello di provare a stringere i tempi nell’ultima mezz’ora, affidandosi alla coppia Suarez-Cavani. Qui l’Uruguay ha trovato, a sorpresa, il terzo attaccante, l’arbitro messicano Rodriguez, detto Dracula: già inadeguato nel primo tempo, ha dimostrato tutta la propria impreparazione nel secondo.
Ha salvato Bonucci da un intervento a rischio su Cavani (6’ s.t.), ma poi ha restituito il maltolto agli uruguaiani con cospicui interessi. Prima ha estratto il rosso a Marchisio, per un fallo in zona d’attacco, senza violenza, anche se il colpo alla tibia di Arevalo Rios c’è stato e l’Italia si è ritrovata in dieci al 15’ della ripresa, cioè nel momento decisivo di un match di questo genere. A parte una serie di valutazioni sbagliate, Rodriguez ha evitato il rosso a Suarez, che ha morsicato sulla spalla Chiellini: per lui ci sarà la prova tv, ma ormai i giochi sono fatti. Era il 34’ della ripresa e, due minuti dopo, è arrivato il colpo di testa da angolo di Godin, il difensore dell’Atletico campione di Spagna e con passaporto spagnolo. Prima e dopo, la partita degli azzurri è stata una disperata marcia di avvicinamento alla ricerca della qualificazione. L’Italia di Natal è stata migliore di quella di Recife con la Costa Rica, ma lontanissima da quella di Manaus, contro l’Inghilterra, perché anche questa volta, al possesso palla insistito per scelta, sono mancate la coralità del gioco e la velocità per cambiare il corso degli eventi. In 98’, l’Italia ha costruito una sola occasione, con una punizione di Pirlo, respinta in qualche modo da Muslera (12’ p.t.) e una mezza opportunità con Thiago Motta, che però non è riuscito ad agganciare un assist di Cassano (42’ s.t.), durante l’angoscioso e scombinato assalto finale. Buffon aveva invece salvato l’Italia in due circostanze, su Cavani e Lodeiro (33’ p.t.) e su Suarez, che aveva calciato dall’interno dell’area (21’ s.t.). All’Italia, già in riserva, è venuto a mancare completamente l’apporto di Mario Balotelli, che, in un primo tempo insignificante se non irritante, è riuscito a farsi ammonire, costringendo Prandelli a sostituirlo (con Parolo), per evitare di restare in 10, perché tirava aria di secondo giallo. Nei prossimi giorni, forse si capirà che cosa sia successo davvero all’Italia, perché, al di là di scelte quasi obbligate e dopo una preparazione che è apparsa a tutti scrupolosissima, la squadra si è sciolta dopo una partita, fermo restando che gli azzurri sono stati gli unici ad aver sempre giocato al Nord, cioè nel caldo, e in due casi su tre alle 13 brasiliane. Un trattamento che si unisce a quello del sorteggio di dicembre e che certifica l’amore della Fifa per l’Italia, già chiaro nel 2002 ai tempi dell’arbitro Moreno e in occasione della non consegna della Coppa del mondo 2006 da parte di Blatter. Questi non sono alibi, perché l’eliminazione dal Mondiale ha altre origini e altri perché, ma aiuta a capire la fine di un’avventura.

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