IL TEMPO (E. MENGHI) - La sicurezza gioca d’anticipo. Domenica, fuori dall’Olimpico, poco prima dell’inizio di Roma-Sampdoria le forze dell’ordine si preparavano a far fronte ad una possibile contestazione, che in effetti c’è stata dentro lo stadio ma ironica e controllata, pacifica soprattutto. Fischi, cori insultanti, maglie e banconote sarcastiche, striscioni tutt’al più, ma niente violenza. L’aria di crisi era arrivata dalle parti della questura prima dei «
buu» assordanti rivolti alla squadra al triplice fischio di Orsato, che sanciva il ko per 1-0, e la vigilanza era stata rafforzata per tempo: inaspriti i controlli su cartelloni e fumogeni, tre tifosi sono stati sanzionati per violazione del regolamento d’uso dell’impianto e rischiano il Daspo, e il servizio di sicurezza si è esteso fino ai bar dell’Olimpico, alla ricerca di artifizi pirotecnici. Ma c’è di più. Perché troppe volte in passato è capitato di vedere bandiere «ammainate» sotto la curva, vedi Totti e compagni che nel marzo del 2015 sono andati a testa bassa dalla Sud a chiedere perdono per l’eliminazione dall’Europa League: la vicenda negli atti della Digos viene raccontata con un finale amaro, 4 ultras accusati di violenza privata. Il questore Marino ha detto basta a tutto questo e non si può più sconfinare: «È stato chiesto alla As Roma di sensibilizzare i calciatori a non cedere ad inviti a recarsi sotto le curve. L’obiettivo è preservare la serenità negli ambienti dello stadio, anche mantenendo aperti i canali di dialogo con i tifosi che intendano confrontarsi in una cornice di legalità
». Una sollecitazione alle norme federali in vigore dal 2015, rigorosamente rispettate da Florenzi e compagni.