Il favoloso mondo della Lega calcio

La penna degli Altri
mercoledì, 21 maggio 2014 alle 10:12
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REPUBBLICA.IT (A. PONTANI) - Avete visto che magnifico campionato? Non lo avete trovato davvero entusiasmante? Il record della Juventus non è forse la prova provata della grande qualità della nostra Serie A? Non avete notato come gli stadi siano più pieni, belli e allegri? Vi siete accorti dell'incredibile boom di abbonamenti alle pay tv?
Bene, se tutto questo vi fosse sfuggito, fidatevi di chi ne sa più di voi. Si chiama Maurizio Beretta, fa il presidente della Lega calcio di serie A (a tempo perso, giacché ha anche un altro lavoro, per una nota banca). Essendo il presidente della Lega, che per chi non lo sapesse è un po' la confindustria del calcio, Beretta ha recentemente parlato (alla radio) del prodotto che rappresenta, la serie A, nei termini sopra elencati. Dunque, secondo lui: pubblico in crescita, grande livello dimostrato dai 102 punti di chi ha vinto, prodotto tv sempre più appetibile e appetito. Le favole di Beretta farebbero solo sorridere, non venissero appunto da chi ha la responsabilità di guidare un mondo che oltre a tanti soldi muove tante passioni. Beretta è stato rieletto alla presidenza della Lega per la sua qualità principale: non avere alcuna idea di riforma, nessun progetto se non quello di accontentare i suoi grandi elettori, i piccoli e medi club contrari a qualsiasi modifica dello status quo. Il suo mandato si riduce a questo: spartire i soldi dei diritti tv, gettando robusti ossi ai famelici presidenti dei club, senza disturbare oltre con strampalate idee di rinnovamento. Lui esegue, diligente, da cinque anni, ricevendo per il disturbo uno stipendio superiore e di parecchio a quelli imposti da Renzi ai manager pubblici. D'altra parte la Lega è un organismo privato, e dunque lui ringrazia e incassa, cumulando con l'altrettanto generoso stipendio bancario.
Il risultato, a parte la conclamata felicità del Beretta, è che nel calcio non cambia mai nulla, alla faccia dei risultati che sono ben diversi da quelli declamati dal presidente. L'indice di riempimento degli stadi italiani è il peggiore tra i grandi campionati europei, a dispetto dei dati ufficiali forniti da club come il Milan che mettono a referto 8-9 mila spettatori in più di quelli registrati dai tornelli agli ingressi; nel ranking Uefa, i nostri club sono stati scavalcati anche dal Portogallo; gli ultrà impazzano come in nessun altro posto dell'Europa calcisticamente evoluta; le tv ormai istruiscono i registi per non inquadrare mai gli spalti spettrali o gli striscioni che inneggiano al razzismo; il livello del campionato è stato, per giudizio pressoché unanime, infimo. I 102 punti sono una grandissima impresa, favorita però dal livello di cui sopra, come confermato dalle non esaltanti prove europee dei recordmen; nessuna ipotesi di riforma è stata discussa, tanto meno la riduzione del campionato da 20 a 18 squadre; nessuna politica culturale, etica, di rinnovamento è stata messa in atto dalla governance attuale.
Questi sono i tristi fatti, che certo stonano un po' con le belle parole di Beretta, un uomo elegante e sorridente, sempre. Un po' come l'amico Abete, che guida invece la Federcalcio, e che adesso ha i mondiali per far dimenticare Genny e compagnia bella: un bel salvagente se andranno bene, una zavorra mortale se andranno male. Beretta invece ha il suo solito asso nella manica: la riuscita spartizione dei prossimi introiti delle tv. Il calcio fa schifo? Lo dite voi, disattenti. Finché le tv pagano, Beretta divide. Cosa chiedere di più?

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