Alberto De Rossi: «L'Ostia è dentro di noi»

La penna degli Altri
de rossi alberto
CORSPORT - L'Ostiamare gli ha fatto (ri)trovare la parola. In tanti anni, mai un'intervista a un giornale: Alberto De Rossi sempre un passo indietro, per carattere, ma anche per lasciare tutta la luce al figlio, a Daniele. Oggi che i destini si sono incrociati ma su piani compatibili, anche per ruolo la chiacchierata diventa possibile.
Per ruolo, sì, ma quale? Allenatore o presidente?
«Alberto, ma anche mister. Sono un uomo di campo».
Da poco più di un mese Alberto De Rossi è ufficialmente il presidente dell'Ostiamare. Dopo una vita nella Roma - e per la Roma- si sarebbe potuto riposare: qualche viaggio in più con la famiglia, gli impegni con i nipoti, suo figlio a Genova: «Daniele pero è presente anche a distanza».
Discussioni tra proprietario e presidente? Dica la verità.
«No, mai. Però ci confrontiamo, come con tutto il gruppo di lavoro. Siamo colleghi, amici e famiglia. C'è anche mia figlia qui con noi».
A Pesaro è arrivata la prima vittoria in Serie C. Vi siete tolti un peso.
«Siamo tutti molto felici, non vedevamo l'ora che arrivassero questi benedetti tre punti. Ma il nostro progetto è ancora all'inizio. Non vogliamo solo creare qualcosa di importante a livello sportivo. Vogliamo formare cittadini, non solo calciatori. Abbiamo ben chiara la nostra funzione sociale. Poi ovviamente mantenere la categoria e crescere ancora è un impegno».
Ricorda la prima volta che entrò all'Ostiamare?
«Questa società è sempre stata dentro di noi. Ci giocavo da piccolo. E ricordo la prima volta con Daniele qui: era il 1988, aveva appena compiuto cinque anni».
Quasi quarant'anni dopo ne diventate i proprietari.
«Le istituzioni sono venute da noi e ci hanno proposto l'opportunità di occuparci di un club che rischiava di fallire. Hanno colpito me, Daniele e tutta la nostra famiglia nel cuore. Non potevamo dire di no. Ma non bastavano i sentimenti: dovevamo metterci anche professionalità e investimenti. Stiamo facendo le cose seriamente, lo dovevamo a Ostia: non ci siamo solo nati, questo mare ci ha cresciuto. E casa, vogliamo che questo club cresca ancora: passione e organizzazione. Qui a Ostia le cose stanno cambiando e cambieranno ancora. Il quartiere è con noi, la gente è totalmente dalla nostra parte».
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I giovani sono stati la sua vita e il suo lavoro per 30 anni.
«E lo sono ancora oggi. Come dicevo, la Serie C è la nostra categoria, seguo in prima persona le attività della prima squadra nel rispetto di una struttura già ben collaudata, ma ci sono anche tutti i ragazzi di cui occuparsi, cosa che faccio con Roberto Menichelli. Per noi è fondamentale il bene della comunità. È chiaro che ogni cambiamento porta con sé delle rinunce, qualcuno può storcere un po' la bocca, ma vediamo che il nostro lavoro è apprezzato. Vogliamo che l'Ostiamare sia la prosecuzione della scuola e presto lo dirò ai genitori. Vorrei che i bambini si sentissero come a casa, è proprio quello che provavo io da piccolo».
[...]
La Serie C è un campionato che conosce bene.
«È il mio. Ho fatto due anni all'Ostiamare, poi Primavera della Roma e tredici anni di C. Allegri era mio compagno a Livorno, giocavamo insieme, ci divertivamo. Questo campionato mi piace, ci sono squadre forti che hanno fatto categorie più importanti, nessuno ti regala niente. E poi è divertente. Quando vedo le persone affacciate ai terrazzi che guardano le partite, è il calcio che piace a me».
Favorevole alle seconde squadre?
«Da sempre. Capisco che per alcune società siano un casto, non tutte si possono permettere di investire dagli 8 ai 12 milioni, ma i top club dovrebbero averle per far crescere i ragazzi».
Suo figlio pensa che tanti allenatori dovrebbero avere la possibilità di lavorare in Serie A ma il percorso per il patentino, se non sei stato un grande calciatore, è complicato.
«Non ci dovrebbe essere questa differenza abissale tra chi ha giocato ad alti livelli e chi no».
Della Roma cosa le resta?
«Dopo oltre trent'anni si è concluso un percorso umano e professionale che mi ha regalato esperienze, soddisfazioni e relazioni che porterò sempre con me. Ma tornare alle proprie radici rappresenta qualcosa di altrettanto profondo. Ero e resto un tifoso».

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