
LA REPUBBLICA (G. FOSCHINI / M. MENSURATI) - «Abbiamo trovato il coraggio di denunciare tutto. Non siamo degli eroi. Questo gesto è normale». Così nel 2012, davanti al presidente della Fifa Josep Blatter, parlava Fabio Pisacane, fino ad allora anonimo terzino del Lumezzane diventato, suo malgrado, famoso insieme con il collega Simone Farina: erano stati gli unici due calciatori italiani a denunciare lo scandalo del calcioscommesse. Per questo la Fifa aveva voluto premiarlo. Due anni dopo, però, lo stesso Pisacane (all’epoca all’Avellino, ora al Cagliari) aveva dimenticato quella normalità: fu avvicinato dalla camorra per vendere una partita, rifiutò, seppur lasciando una porta aperta per il futuro, ma non denunciò nulla. A raccontare l’episodio è il pentito Antonio Accurso, boss della Nuova Vinella Grassi. «Ci incontrammo — mette a verbale — io, Izzo e Pisacane. Dopo le presentazioni, Pisacane mi disse che ci voleva conoscere, intendendo noi capi della Vinella, e che stava a Secondigliano perché doveva comperare abbigliamento e profumi: di lì a poco si doveva sposare. A questo punto gli proposi di combinare qualche partita. Pisacane rispose che era complicato coinvolgere tutta la squadra dell’Avellino ma che se da quel momento si poteva combinare qualcosa, lo avrebbe fatto, nel senso che ci avrebbe aiutato, ma solo per un piacere a noi della Vinella, senza nulla pretendere in cambio».