CORSPORT (F. M. SPLENDORE) - «E inesplicabile, si dice così no?».Paulo Roberto Falcao è questo: fa la cosa meno scontata nel modo più naturale. Come il 25 ottobre 1981, Roma-Fiorentina, un tacco volante a mettere la palla sulla testa di Pruzzo dalla linea del calcio dangolo. Lo stadio venne giù dal visibilio, e lui: «Era lunica cosa che potevo fare...»
Una festa per Roma e la Roma. Falcao, ci racconta il perché?
«E il mio grazie a una città e a una squadra che mi hanno stregato. Per sempre. Era una cosa che sentivo, avrei dovuto farla a Roma, sullAppia Antica: poi un amico brasiliano molto caro ha avuto un problema molto importante e non sarebbe potuto venire. Per rispetto ho spostato tutto a Porto Alegre. E ho portato in Brasile Roma e la Roma: nei colori, nei sapori, nelle immagini, dal calcio ai grandi monumenti. Lho voluta così. Quando arriva il dia redondo devi fare qualcosa di importante».
Unimmagine di Roma che si è portato via, per sempre?
«Potrei dire il Colosseo, lAventino, il Foro Romano, Circo Massimo numero 7, la sede... E invece ti dico il 10 febbraio 2002: Olimpico pieno per Roma-Juve. La Roma del mio amico Fabio Capello ha vinto lo scudetto da otto mesi, quello dell83 è diventato storia. Bene, in ottantamila si alzano e gridano il coro Falcao Falcao per qualche minuto interminabile. Ventanni dopo! Straordinario».
A proposito di scudetti... La Roma di Garcia?
«Lho vista con la Lazio. E ho saputo del 3-0 a Milano con lInter che non è mai un risultato facile. Seguo tutto, lavvio di stagione è stato straordinario. Fantastico, direi».
E inatteso...
«Sono quelle le cose più belle. Chi pensava che Viola avrebbe aperto un ciclo scudetto negli Anni Ottanta? E guardate che quello scudetto è stato il più faticato: intanto, se non ci fosse stato lo scandalo del gol di Turone di scudetti ne avremmo vinti almeno due. E poi quella era una Roma in cui gli acquisti eravamo io e Superchi. Quella del 2001 e questa sono due squadre diverse, costruite a suon di acquisti».
Quella di Garcia lo scudetto può vincerlo?
«Gli scudetti si vincono dentro gli spogliatoi. E non si vincono a novembre. Siamo allinizio, è presto. Ma certo la Roma ha fatto finora qualcosa di straordinario. E poi con un Totti così...».
Da Pallone dOro? Pare che se non vinci a livello internazionale non lo prendi...
«Quando giocavo io non lo prendevano i sudamericani: una legge strana... Comunque Totti non è un costruttore di gioco, è essenzialmente un finalizzatore. Voglio dire che non ha un ruolo in campo per cui non puoi dargli tutta la responsabilità di non essere riuscito a portare la squadra in alto in Europa. Ma come finalizzatore è straordinario, tra i migliori in assoluto. E quindi da Pallone dOro. Ha avuto rivali altrettanto forti a livello internazionale, questo sì» [...].
La sua ultima partita con la Roma è stata contro il Napoli il 16 dicembre 1984: e ha segnato. E ora la sfida per lo scudetto dice Roma-Napoli. Un segno del destino che riaggancia il passato al presente?
«Come me lo ricordo quel gol: mi dà palla Conti, fingo di stopparla, la do a Cerezo, me la ridà e a quel punto stoppo di destro e tiro di sinistro. Roma-Napoli per lo scudetto? Sarebbe proprio bello che se lo giocassero due squadre del sud calcistico dItalia».
Alla penultima, Genoa-Roma, lufficialità dello scudetto e allultima, Roma-Torino, la festa: questo campionato finirà a campi invertiti, Roma-Juve alla penultima e Genoa-Roma allultima: a tutta cabala... Serve anche questo?
«Serve a caricare lambiente questo va bene. Ma tutto questo dallo spogliatoio dovrà restare fuori. La Roma deve vincere a maggio. Pruzzo disse una battuta bellissima: Ci voleva lanno santo per farci vincere lo scudetto. Ma lo disse dopo: non costruimmo la vittoria su questa speranza. In questo la Roma, con Garcia, mi sembra aver trovato la quadratura mentale giusta. Mi piace Garcia, ha equilibrio, ha dato forza alla squadra».
Leliminazione dal Mondiale in Spagna, dopo Italia-Brasile 3-2 il 5 luglio 1982 a Barcellona, e la finale di Coppacampioni con il Liverpool il 30 maggio 1984. Uno dei due dolori è più grande?
«Sono uguali. Ma non sono gli unici. Ho perso anche una finale di Coppa Libertadores e mi hanno tolto lo scudetto di Turone. Però io ho sempre pensato una cosa: nel calcio devi essere ricordato per aver lasciato un segno. Il mio fratello Bruno Conti, in un servizio, ha detto che io portai a Roma la mentalità vincente. Questo mi dà gioia».
Il suo calcio e quello di Liedholm si somigliavano molto. Che sintonia tra voi...
«Ci sono quatto modi di vivere il calcio: giocare bene e vincere, giocare bene e perdere, giocare male e vincere, giocare male e perdere. Io sono per il primo e anche Liedholm lo era. Un vocabolo da noi è la firula, il gesto tecnico fine a se stesso. Ecco, quello non serve. Cè un quinto modo, affascinante come il primo: giocare per fare la storia, come lOlanda del 1974 o il Brasile del 1982».
Liedholm. Ne parliamo?
«Straordinario. Sprovvisto di vanità. Un leader flemmatico, molto dolce, ma duro quando serviva. E capace di sdrammatizzare tutto. Mi chiese che maglia volevo, gli dissi la 5 se non avessi creato problemi. Me la fece trovare nello spogliatoio. E la maglia che gli ho spedito con una lettera quando sono andato via: noi della Bilancia siamo così, riservati. Gli scrissi che preferivo evitare di vederlo perché ci saremmo commossi. Ci confrontavamo: dopo il primo tempo con il Dundee mi chiese perché non segnavamo e io gli risposi che ci serviva unala per allargare la loro difesa. Mise Chierico, passammo il turno e nel post-partita disse ai giornalisti che lidea era stata mia. Ti rendi conto che persona? Mi costrinse a rispondere alla stessa domanda smentendolo e affermando che era lui quello che decideva tutto. Perché poi era così, il nostro era un confronto schietto».
E Viola?
«Rapporto da presidente a giocatore, ma io sentivo di piacergli come calciatore. Poi abbiamo avuto problemi, ma ci siamo chiariti, purtroppo alla fine della sua malattia. Era a Cortina e mi chiamò, il 10 gennaio 1991: mi disse che voleva offrirmi un biennale per allenare la Roma. Cera lidea di vedersi: nove giorni dopo se ne è andato».
Ma la Roma lha mai più cercata?
«Non sono mai più stato vicino alla Roma come in quelloccasione. Non so perché, strano vero? Ma è così».
Nei festeggiamenti per il dia redondo vogliamo mettere la parola fine sul rigore in Coppa campioni?
«Lho fatto tante volte: il ginocchio era a pezzi. Il resto sono favole. Abbiamo vinto una Coppa Italia con il Torino con un rigore battuto dal sottoscritto» [...].
Torna se la chiamano?
«Sono tornato... Ho portato Roma a Porto Alegre... (sorride). Non diciamo altro. Dovrei rispondere sì e sembrerebbe come propormi. Invece la Roma è forte così».