CORSPORT (A. MAGLIE) - Due parole cambieranno, probabilmente, il mondo del calcio: «Scarto accettabile» . Sono contenute nellart. 61 del ponderoso «regolamento dellUefa per la concessione della licenza ai club e il fair play finanzaziario » .
LO SCARTO -La definizione del«concetto di scarto accettabile»è contorto da un punto di vista linguistico ma quasi elementare dal punto di vista pratico. La filosofia del Fair Play finanziario è nota: costi e ricavi devono essere in equilibrio, chi intende partecipare alle competizioni europee non deve spendere più di quel che incassa. Lobiettivo è semplice: il pareggio, evitare come, disse tempo fa Platini, che i club conquistino la Champions praticamente«comprandola»a rate. Ma è chiaro che lequilibrio non può essere raggiunto in tempi rapidissimi. Il traguardo è fissato al 2018-2019. La Uefa ha così definito una fase intermedia in cui lasticella viene sempre più alzata o, meglio, trattandosi di uno«scarto accettabile», abbassata sino ad annullarsi completamente. E la rivoluzione culturale di cui parlano alcuni presidenti e che sembra incontrare il consenso soprattutto dei più Grandi (Inter, Milan Juventus). La cosa funzionerà così. Il controllo dei bilanci da parte dellUefa comincerà con la prossima stagione. Il«monitoraggio »sarà il presupposto per liscrizione ai tornei del 2014. Per ogni stagione, viene accettato uno scarto di 15 milioni di euro e, facendo riferimento a un triennio, si arriva a uno scarto complessivo di 45 milioni. Essendo controllati, in questa fase davvio, solo due esercizi, la perdita annuale potrà essere superiore perché il dato complessivo viene confermato (in sostanza, 22 milioni e mezzo).
SCURE -Poi, però, lasticella si abbassa e si scende a 30 milioni nel triennio per essere iscritti alle competizioni del 2015-2016. La strada, come si nota, è stretta. E non può che avere una incidenza sia sul mercato che sugli ingaggi. Perché, è evidente, che chi ha ricavi più elevati (il Real Madrid, ad esempio, è arrivato a 438 milioni, quasi quattro volte il fatturato della Roma) potrà muoversi meglio. E vero che dal conteggio fra dare e avere, la Uefa per favorire gli investimenti tecnici e patrimoniali, ha escluso le spese per lingaggio dei calciatori diciottenni e per la costruzione dello stadio, ma la normativa, alla fine, può rischiare da un lato di bloccare la crescita di quei club che possono confidare su un socio forte particolarmente munifico (ripianare le perdite eccessive evita il fallimento ma non lesclusione dalla competizione europea), dallaltro consolidare, a livello sportivo, la supremazia di chi ha già fatturati molto ricchi.
STIPENDI -Cè un altro vincolo che rischia di trasformarsi in un vero cappio al collo per il calcio italiano: stipendi e ammortamenti. Il fair play finanziario obbliga i club a spendere per stipendi (lordi) e ammortamenti non più del 70% dei ricavi. Una soglia che la serie A scavalca con una certa facilità visto che i salari da soli mediamente assorbono il 70% degli introiti (ma alcuni club vanno decisamente oltre, lInter, la Roma). La realtà è che il pallone dei mecenati è finito, ora le follie sono «vietate per legge». Una realtà con cui tutto lambiente (tifosi compresi) dovrà fare i conti.




