LR24 (AUGUSTO CIARDI) - Estate 2005, arriva da Udine con la valigia piena di ambizioni, e accolto coi pomodori, un allenatore che avrebbe comunque lasciato il segno. Era una Roma che si scontrava con le difficoltà di un momento storico delicato, col presidente Sensi costretto dai problemi di salute a defilarsi e che con volontà delegava sempre di più la figlia Rosella. Era una Roma con Bruno Conti garante che ebbe un ruolo fondamentale per il suo arrivo a Roma.
Non serve ripercorrere tutte le tappe della doppia avventura romanista di Spalletti. La prima come la seconda sporcate dal finale avvelenato. Diede un senso estetico e pratico al 4-2-3-1 varato in emergenza. Modulo già in uso, soprattutto, all'epoca, nella Danimarca di Rommedahl e Tomasson. Spalletti ne fece un marchio di fabbrica di quella Roma e della sua carriera. Contribuì all'ultima evoluzione tattica di Francesco Totti, che a sua volta esaltò in campo le idee dell'allenatore. Sul loro rapporto lasciamo stare. I veleni degli ultimi tempi durante la prima esperienza spallettiana divennero insopportabili strascichi per tutta la durata del suo secondo soggiorno romano.
E tutti quei tifosi che subirono quel duello allargato (come sempre nel calcio se c'è un uno contro uno diventa mille contro mille perché entrano nella contesa comparse, guitti, personaggetti in cerca d'autore, pesci spazzini al seguito dei calciatori e lacché delle società), hanno ricevuto il colpo di grazia del recente spot pubblicitario e soprattutto le frasi di plastica di Spalletti, che nel promuovere la reclame ha sfoggiato il solito sorriso di circostanza dicendo che non avevano mai litigato. Lasciamo stare.
Spalletti torna a Roma domenica dopo uno scudetto strameritato, dopo un tatuaggio che ha fatto discutere (non trattandosi di una svastica è legittimato a celebrare sul corpo il tricolore del Napoli, i tatuaggi sono intimi e non giudicabili), dopo un flop epocale in Nazionale (qualificazione a Euro 2024 grazie a un favore arbitrale scandaloso contro l'Ucraina, fase finale ridicola, parte di qualificazione ai mondiali inqualificabile). E torna da juventino. In crisi di risultati. All'ultima spiaggia in campionato, dopo avere sfiorato in Europa una rimonta clamorosa. Fino a qualche anno fa, la Juventus a Spalletti non aveva mai pensato. Perché per carattere e non per caratteristiche non è mai stato considerato un possibile papabile. Privo di aplomb.
Questo Spalletti, che da qualche anno prova a essere pop, fatica a stare in panni che non gli cadono a pennello, ma ha comunque scelto di diventare ibrido. Temporalesco a bordo campo, buono per tutte le stagioni fuori. Ma il passato non si dimentica e allora basta guardarlo in conferenza stampa prima della disfatta col Como per capire che il giorno dopo diluvierà. Sguardo teso verso punti indefiniti, verbosità eccessiva, parentesi aperte e mai chiuse. Roma è lo spartiacque.
La Juventus non ci pensa minimamente a lasciarlo andare, lui al secondo anno potrebbe avere una squadra tutta sua e non figlia degli equivoci delle ultime quattro sessioni di mercato. Ingolosito non tanto dalla possibilità di legittimare la sua bravura, che non è in discussione per uno dei migliori allenatori italiani, ma dalla possibilità di vincere anche con una squadra dei quartieri alti. Perché per quanto vanti un sano e splendido senso di appartenenza per le sue radici, dà sempre la sensazione di soffrire l'assenza di origini borghesi. Se parlerà prima di domenica, spegnerà possibili incendi, avrà una parola buona per tutti. Consapevole che allo stadio anche molti tra quelli che a Roma continuano a stimarlo lo fischieranno sonoramente, perché starà in piedi davanti alla panchina, con le mani in tasca, forse guardando per terra, per guidare la nemica di sempre, la Juventus. E perché amareggiati dall'amaro.
In the box - @augustociardi




