
LR24 (AUGUSTO CIARDI ) - A inizio anni settanta, uno dei geni italiani del ventesimo secolo, Paolo Villaggio, evidenziava e derideva a modo suo la natura subalterna fino a diventare subdola dell'italiano medio, che per il posto fisso avrebbe sacrificato un organo interno o la prole. Genuflesso davanti al potente, l'italiano medio puntava alla Bianchina color pastello e programmava la seconda casa al mare in multiproprietà. Erano gli anni delle raccomandazioni, della generazione degli attuali ultranovantenni, quelli che fino a quando rimangono in vita fanno la morale ai giovani d'oggi. La generazione che ha annidato i veri cancri del nostro Paese, creando nepotismo, tangenti, ordini professionali, lobby, clientelismo e spintarelle. Quelli che nel dopoguerra a diciotto anni entravano negli uffici pubblici a tempo indeterminato e poi in terza età, dopo essere andati in pensione sulla soglia dei sessanta, magari dopo avere fatto "entrare" al posto loro i figli, hanno rotto i coglioni ai ragazzi precari iniziando ogni frase con "ai tempi nostri...". Villaggio, voce fuori dal coro, evidenziava la loro natura mentre tutti ambivano a quella vita, forse agiata ma allineata, coperta e in parte senza midollo.
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