Post Match - Il derby non si gioca

Post Match
di zuma
mercoledì, 16 aprile 2025 alle 13:45
pmderby
LR24 (MIRKO BUSSI ) - Il derby non si gioca, si dice. Ma si vince, almeno così si spera nell'adagio. Domenica se ne è giocato lo stretto indispensabile, contando quei 49 minuti di gioco effettivo che vanno ben al di sotto della media della Serie A, già solitamente inferiore rispetto alle abitudini degli altri principali campionati europei. E nessuno l'ha vinto.
Per la Roma, oltre che per la morsa della pressione che solo un derby sa stringere a tal punto, è stato ancor più complicato giocarlo (anche) per via dell'atteggiamento della Lazio, che ha dimostrato di avere ancora la ferita aperta dall'andata di tre mesi prima. Rispetto a gennaio, infatti, Baroni ha scelto di abbassare la linea di pressione per proteggersi da quelle giocate dirette che avevano fatto la fortuna della Roma nel 2-0 del primo round.
La struttura rimaneva la stessa, in 4-4-2, ma Castellanos e Dia lasciavano surriscaldare il pallone tra i piedi dei costruttori romanisti, preoccupandosi di proteggere varchi centrali. Così la Roma, senza poter ricorrere a giocate dirette per Dovbyk, stavolta in consegna a Gigot che per struttura poteva contendergli palloni lunghi più facilmente, era chiamata a costruire in maniera più posizionale. Ma nel farlo chiamava fin troppi giocatori nella prima fase di gioco: sono addirittura 6, in alcuni frangenti, i romanisti che finiscono sotto la linea degli attaccanti biancocelesti. La conseguenza, intuitiva, è una mancanza di giocatori, quindi soluzioni, per poter sfidare le due linee da 4 con cui Baroni proteggeva Mandas.
E anche quando la Roma sviava dalla densità centrale cercando di azionare Soulé in 1v1 esterno, come nella seconda fotosequenza sopra, la Lazio riusciva a scivolare agilmente raddoppiando, e addirittura triplicando in quel caso, il duello esterno.
La costruzione romanista finiva allora per disperdersi tra giocate dirette ricche di speranza ma scariche di vantaggi, oppure in circolazioni sterili del pallone che la facevano sfociare esternamente, su possibili giocate in catena, dove però le scalate avversarie non avevano intralci nell'accorciare e vietare 1v1 frontali a Saelemaekers e Soulé.
Dall'altro lato, la struttura in non possesso della Roma era simile, in 4-4-2 con Pellegrini che affiancava Dovbyk nelle prime pressioni, seppur più aggressive rispetto a quelle laziali. La squadra di Baroni, però, riusciva ad azionare i propri esterni, principalmente Zaccagni, dopo aver scardinato le pressioni iniziali della Roma. Lo faceva impegnando meno giocatori, così da poterne avere di più negli sviluppi offensivi, e riuscendo ad accendere smarcamenti come quello di Rovella nel post n° 5 che permettevano, ora sì, di far arrivare il pallone a Zaccagni in situazioni decisamente più favorevoli.
Oppure, come nella costruzione evidenziata nel secondo tempo qui sotto, era uno dei tre costruttori a superare in conduzione, Gigot in questa occasione, la prima linea romanista. Per poi raggiungere Dia tra le due linee da 4 giallorosse rimanenti e, solo ora, rivolgersi a Zaccagni isolato più esternamente e supportato dalla sovrapposizione di Pellegrini. Perché sapere cosa si vuole è importante ma ancor più come farlo.

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