Post Match - Buoni e cattivi

Post Match
di zuma
sabato, 20 maggio 2023 alle 9:11
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LAROMA24.IT (MIRKO BUSSI ) - Prima di sminuzzare il Real Madrid, Guardiola aveva parlato così guardando dallo spioncino verso Istanbul, dove si era già prenotata l'Inter: "Non è un regalo ritrovarsi un'italiana in finale". Perché, dice il luogo comune, gli italiani sarebbero i peggiori con cui avere a che fare in un duello all'ultimo sangue calcistico, in più sanno difendersi, almeno così dice la storia, e soprattutto farlo senza vergogna. Non più, però. O almeno non più come prima. Al punto che chi lo fa ancora, nel 2023, seppur portoghese, viene guardato di sbieco. Ha ragione solo finché vince. E se lo fa, in fondo, è perché fortunato. Come se, qualora fosse, questo sarebbe un demerito.
Perché il galateo del calcio, oggi, accetta tutto fuorché quello che è stato ribattezzato nella letteratura "blocco basso". Una struttura ferrea di giocatori disposti ordinatamente nella propria metà campo con lo scopo di proteggere l'area di rigore, che viene scambiata spesso per maleducazione. Mourinho l'ha fatto, ancora, e ci è arrivato, ancora, in una finale europea. L'ha fatto davanti a Xabi Alonso, da lui allenato ma di certo più attratto dalle teorie spagnole, poi divulgate in tutte il mondo, del gioco di posizione.
Saltando la parte sui gusti calcistici a cui ognuno risponde secondo personali parametri, lo scontrino di statistiche stampate al fischio finale di Bayer-Roma sembravano raccontare una mattanza. A cui la Roma era scampata per puro caso. 71% di possesso palla dei tedeschi, per cominciare. 23 tiri contro 1, per ribadire. Quei 23 tiri, a guardar bene, scaturivano un dato di "gol attesi" (expected goals, come ormai sanno tutti) che superava appena l'1. Certo, ben al di sopra del minimo storico registrato dalla Roma (0,03), che tuttavia iniziava la partita in vantaggio.
Ma lo 0-0 finale, quasi per sillogismo, era da imputare, più che attribuire meritoriamente, alla strategia di Mourinho, giustificata dal fine di un viaggio in finale di Europa League che la Roma ha fatto solo una volta nella sua storia e più di 30 anni fa. Difficile pensare che, magari, a "giocar male" la propria partita fosse proprio chi ne aveva tenuto le carte in mano per la maggior parte del tempo. Che con quel 71% di possesso ha prodotto appena 6 tiri nell'area di rigore, la porzione di campo da cui si sono segnati l'84% dei gol di questa Europa League e quindi da cui, statisticamente, conviene arrivare alla battuta finale per avere maggiori probabilità di successo. E due di quei sei, inoltre, scaturivano da tiri dal limite respinti.
Se la ricerca di un gioco posizionale ha favorito la continuità nella partita del Bayer, che ha potuto stazionare regolarmente nella metà campo della Roma, la rigidità nelle posizioni dei giocatori offensivi con cui veniva interpretata l'ha condannata al tiro da fuori. Con Frimpong e Bakker sempre in massima ampiezza nella speranza di dilatare le maglie della cinquina romanista, le zone offensive venivano spartite in maniera fin troppo ripetitiva da Wirtz, che variava sul tema ma comunque con base sul centrosinistra, Azmoun, nel mezzo, e Diaby sul centro-destra.
Tanto che, come nella sequenza mostrata sopra, quando Diaby andava a rincarare la dose sulla destra, aprendosi e attirando fuori Ibanez che lo seguiva in marcatura, nessun compagno leggeva adeguatamente lo sviluppo andandosi a tuffare nella fessura aperta dalla Roma. In quel vuoto che, per intendersi, ha fatto le fortune di De Bruyne e seguaci. Perché anche il calcio di posizione, come ogni stile, ha chi lo interpreta efficacemente e chi invece finisce per farselo ritorcere contro per mezzo di una frustrazione crescente come quando si sta un'ora e mezza in coda senza riuscire ad avvicinarsi al casello, che nel calcio coincide con lo scopo ultimo, la porta avversaria.
Quella rigidità del Bayer veniva acuita dalla reattività con cui si comportava il blocco romanista. Che faceva avvicinare, certo, ma nelle zone più calde saltava fuori per impedire gli accessi migliori all'area di rigore. Se la scarsa associazione tra i tre giocatori offensivi del Bayer semplificava il mantenimento dei duelli per i 3 romanisti, specialmente Cristante era pronto a rompere la linea in avanti quando i tedeschi guadagnavano le parti intime a ridosso della mezzaluna dell'area.
E a chi si chiede se un'altra via, più alla moda
, fosse possibile, la risposta è nella migliore occasione del Bayer Leverkusen, quella terminata sulla traversa. Lì, dopo aver perso un pallone con Abraham, la Roma si lancia in una contropressione per riconquistare il pallone in zone ultra-offensive. L'abilità di palleggio del Bayer consente di smarcare con una giocata al terzo uomo da Frimpong ad Azmoun, Wirtz, stavolta più centrale, che innesca il contromovimento di Diaby, seguito come al solito da Ibanez. La Roma si ritrova distante 50 metri dalla propria porta e costretta a rincorrere un velocista come il francese. Qualche balbettio nella conduzione e il recupero di Cristante e Ibanez complica almeno un po' un angolo di tiro da cui, comunque, Diaby fa suonare la traversa. Da lì in poi, la Roma farà la parte del "cattivo" e si siederà costantemente in un blocco basso, riducendo le piste su cui potevano decollare Frimpong e Diaby, o impiastricciare le mattonelle in cui passava Wirtz. Perché se i buoni vanno in paradiso, come dicono, stavolta i cattivi andranno a Budapest.

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