Clicky

Ranieri, divinità abbattuta. Un tradimento alla Tolstoj

01/05/2026 alle 09:53.
ranieri-2

Il fidanzato di mia zia tifava per il Catanzaro. Il fidanzato di mia zia viveva per il Catanzaro. Il fidanzato di mia zia mia zia non la vedeva proprio. Aveva occhi solo per il Catanzaro ed era sempre in viaggio. Trenta trasferte, 60 treni, l'ossessione dialettica, non domabile, nei brevi scampoli di presenza in famiglia: «Il capitano è nato nella tua città», mi diceva. «E la mia squadra ha gli stessi colori della Roma». Io tifavo già per la Lazio e dal fidanzato di mia zia non volevo altro che denaro. [...]

Il Catanzaro giocava in Serie A e in una domenica di novembre del 1980, in anomala maglia blu, sali a Roma, da terza in classifica, a sfidare la prima. Il suo capitano, Claudio Ranieri, giocava in difesa. Venne ammonito, impedì un gol certo di Falcão a un metro dalla porta e festeggiò con i compagni uno zero a zero che somigliava a uno scudetto. Io e il fidanzato di mia zia prendemmo molto freddo. Tornammo che era quasi buio. Ricevetti un compenso che sputtanai in figurine completando per l'unica volta nella mia vita l'intera raccolta, terminata incollando lo scudetto congiunto del Civitavecchia e del Formia, serie C2, girone C.

L'ultima figurina di Claudio Ranieri, invece, non la trovo. L'ho cercata in un esperimento ibrido durato meno di un anno, ma l'uomo dietro la scrivania, il dirigente della Roma, il "senior advisor" della proprietà americana, pur avendo sembianze familiari, non era lui. L'ho inseguita la scorsa estate, mentre la Nazionale, forse meglio dire la Nazione, lo convocava d'imperio a salvare il Mondiale, e i romanisti in coro, paventando delusione e agitando la sciarpa del più o meno velato ricatto sentimentale, dicevano «Claudio è solo nostro, ha appena firmato, non può tradire». C'era troppa emotività, e l'immagine era fuori fuoco.

La troverò, forse, da domani, tra leoni e domatori, e non sarà il profilo di un agnello perché Claudio Ranieri non è uscito di scena da vittima sacrificale. Dopo 10 mesi da soldato silenzioso si è tolto la divisa, ha deciso che ogni limite ha una pazienza e poco prima che la Roma passeggiasse con il Pisa è andato in televisione. Ha fatto capire che era stanco di ascoltare le lamentele di Gian Piero Gasperini, il suo allenatore. [...]

Gasperini ha negato gli addebiti. Si è travestito da passante, da educanda, da cane bastonato. Si è detto stupito. Ha parlato di fango e teatrini. [...]

Poi, a corpo ancora caldo, quando la famiglia Friedkin ha deciso di congedare Ranieri con tre righe così rozze, sgradevoli e ingenerose che scegliere è arduo, e non solo, come celiava Dino Risi, «perché il sostantivo è morto ucciso dall'aggettivo», lago ha deciso che il golpe in atto pretendeva un altro sacrificio, suggerito nella figura del direttore sportivo, Ricky Massara. Cosa fatta capo ha, e quindi via Ranieri, via Massara e pieni poteri al generale Gasperini fino alla prossima sconfitta. Nessun favore popolare è più effimero che nel calcio. Dura solo un attimo la gloria perché l'isteria non è amica del raziocinio, e in un gioco in cui, come sottolineava Aurelio De Laurentiis, «chi vince è un eroe e chi arriva secondo è un coglione» non c'è progetto che resista più di 90 minuti, e gli altari sono costruzioni di cartapesta, diventare un fondo di magazzino è una prospettiva plausibile.

Dovrebbe saperlo chi, avviato ai suoi primi 69 anni, è restato in sella, e non lo ignora certamente chi all'anagrafe ne ha 74 ed è stato assassinato verso sera da quelli che oggi si girano dall'altra parte e ritirano la mano. Negli squallidi consuntivi di chi non sa niente e pensa di sapere ogni cosa e nei baccanali a posteriori di chi, non avendo mai amato Ranieri, oggi festeggia riscrivendo la storia e impastando sollievo e revanche, sosta il paradosso. [...]

Claudio, Re di Roma, demiurgo, santo, taumaturgo e intoccabile vate fino a ieri, somiglia ora al profilo di una divinità abbattuta, ma come diceva Jean Meslier, uno che in Dio confidava pochissimo, l'importante è che non si bestemmi: «Se crediamo a delle assurdità, commetteremo delle atrocità». E quindi no, non pensiamo che Claudio Ranieri abbia destabilizzato il contesto, contesto mai stabile per definizione, allo scopo di difendere sé stesso. E non siamo persuasi dall'idea che, con la meritata considerazione che lo ha sempre circondato, abbia deciso di derogare alla sua unica religione, il romanismo, per diventare empio e fare il male della squadra per cui ha vissuto.

Ranieri ha tracciato un confine con lo stesso slogan di cui hanno abusato in tanti: «La Roma prima di tutto». Ha tentato di ristabilire un principio, di trovare una forma più equa di suddividere le responsabilità, di rimettere ordine. Forse non si è fatto capire. Probabilmente non lo hanno capito. Con ragionevole certezza, per ragioni di convenienza, soprattutto economiche, non lo hanno voluto capire. È stato licenziato, va bene. Ma verrà il momento di capire il perché. [...]

A Roma, casa sua, gliel'hanno parcheggiato fuori dalla porta con la freddezza e l'ineleganza che si riserva agli estranei. A quelli che molestano. A quelli che importunano. Chi è che agitava la quiete? Chi disturbava davvero il manovratore? Chi è stato lo yes-man, in questa storia? Chi ha tradito? Chi ha lavo rato nell'ombra? C'è stata invidia, dolo, complotto? Se Ranieri, come è stato ingenerosamente ripetuto, era solo un esecutore delle volontà proprietarie, come mai a casa è andato proprio lui? Come suggerisce Paolo Sorrentino, è infinita la commedia delle domande e striminzita quella delle risposte, ma arriveranno, anche quelle, per chi sa aspettare. La memoria è merce deperibile. La gratitudine, il sentimento del giorno prima. [...]

In più di mezzo secolo di pallone, Ranieri ha conosciuto chiunque. Ha allenato in alcune delle più importanti realtà italiane ed europee. Ha vinto molto e qualche volta ha dovuto cedere il passo, ma non ha mai perso la partita con lo specchio: «Se mi osservo, la mattina, ho l'esigenza di non sputarmi in faccia». Se c'è una cosa di cui non lo si possa accusare, in un percorso lunghissimo che parte dalla fine degli anni Sessanta, è di aver preferito la prudenza al coraggio. [...]

Il calcio non ha logica. Il calcio è un labirinto senza via d'uscita. Il calcio è una continua ricerca del consenso, un acritico quanto ipocrita inchino al popolo, alle sue infatuazioni momentanee, alle narrazioni unidirezionali. Il calcio è una guerra quotidiana armata sulle notizie. Per lo più provvisorie, false, manichee. Si va a vento, sospinti dalle ondate, come quando si calcia con forza un Super Tele. Si può intuire una strada da seguire e leggere una filologia soltanto nei comportamenti, nella biografia, nella coerenza. Ranieri l'ha abbracciata fino alle estreme conseguenze. Non ce la faceva più e si è liberato. A luglio, presentando Gasperini davanti alla stampa spiazzò l'uditorio: «Era antipatico anche a me». Seguirono sorrisi, abbracci e promesse di futuro. Non c'era. [...]

Claudio e Gian Piero non si sono trovati al bivio delle reciproche similitudini, ma hanno allargato il solco delle rispettive differenze e hanno finito per allontanarsi giorno dopo giorno. Chi aveva ragione? Chi torto? Chi ha giocato pulito? Chi sporco? Ci sarebbe da ristabilire l'onore delle armi, ma la società che ha «unilateralmente» allontanato Ranieri dopo averlo blandito, onorato e celebrato non ha avuto la grazia di preoccuparsene. [...]

(Domani)