Riccardo Viola: "Era cinico e raccontava bugie. Per non farsi soffiare Falcao chiese aiuto ad Andreotti"

La penna degli Altri
venerdì, 07 febbraio 2025 alle 9:11
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Riccardo, figlio di Dino Viola, ha raccontato del padre in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera. Ecco le sue parole.
Quando scopre la Roma?
"Poco più che ventenne va allo stadio di Testaccio con Antonio Cacciavillani, un suo amico che diventerà vicepresidente della Roma e assiste a una partita che lo fa irrimediabilmente innamorare".
Già negli anni 60 diventa vicepresidente della Roma sotto la presidenza di Alvaro Marchini, ma nel 1969 si dimette. Perché?
"Decide di lasciare dopo la scomparsa di Giuliano Taccola, centravanti della Roma, morto tragicamente di infarto a Cagliari. Mio padre è testimone di uno scontro durissimo tra il medico della società e l’allenatore Helenio Herrera. Qualche tempo dopo si dimette".
Il ritorno ai vertici della Roma è del 1979. Come fa a comprarla?
"Malgrado le dimissioni aveva continuato a frequentare la società e gli spogliatoi, rompendo letteralmente le scatole a tutti. L’obiettivo era prendersi la società e grazie anche a qualche pressione di Andreotti riuscì a comprarsela, se non ricordo male per circa 3 miliardi di lire. Nell’estate 1979, dopo avere venduto la Simmel, tornò a casa e ci comunicò la notizia dell’acquisto".
L’era Viola inizia con l’arrivo di Niels Liedholm e di giocatori come Bruno Conti e Carlo Ancelotti
"Dopo la vendita di Simmel la Roma diventa l’azienda di famiglia, mio padre non possiede altro e non dispone di risorse infinite. Motivo per cui investe su un allenatore in grado di garantire almeno la permanenza in Serie A. Per convincere Liedholm a trasferirsi, dopo avere vinto lo scudetto al Milan, gli propose un contratto triennale, una formula inedita. Nello staff c’era anche Luciano Moggi, ma il loro rapporto durò poco. Un’altra intuizione fu riportare Conti dal Genoa a Roma".
Una sua caratteristica?
"Era un bugiardo all’ennesima potenza, raccontava delle balle incredibili. Faceva credere a tutti di essere depositari di confidenze e segreti puntualmente non veri".
Cosa diceva in privato del gol annullato a Turone, che alla Roma costò lo scudetto del 1981?
"Quello non fu l’unico episodio controverso. Dopo quella vicenda volle incontrare i vertici della Federazione gioco calcio dell’epoca per chiedere maggiore rispetto e tutela. Spiegò loro che avrebbe iscritto la squadra al campionato a condizione che non si ripetessero ingiustizie plateali. Qualcosa certamente cambiò: nei dieci anni successivi, oltre alle solite Juventus, Inter e Milan, vinsero lo scudetto la Roma, il Napoli, il Verona e la Sampdoria".
Un vero colpo è l’acquisto del brasiliano Paulo Roberto Falcao
"Mio padre aveva provato a prendere senza successo Zico. Per caso gli arriva una videocassetta dove Falcao sembra un goleador, tanto che lo acquista. Pochi giorni dopo andiamo a vederlo giocare a Madrid, ma è una delusione mostruosa. Alla fine della partita Luciano Tessari, il vice di Liedholm, telefona a mio padre e gli dice: 'Abbiamo sbagliato giocatore, quello bravo è Batista!'. I fatti hanno poi dimostrato il contrario".
Il giocatore preferito?
"Tutti e nessuno. Il suo calciatore prediletto terminava di esserlo nel momento in cui prevaricava gli interessi della Roma. È sempre stato un cinico incredibile. Anche con Conti, che adorava, in sede di rinnovo del contratto ci furono frizioni, poi ampiamente rientrate".
L'allenatore prediletto?
"Liedholm, sebbene gli toccasse assecondarne la superstizione e portare la squadra a Busto Arsizio, dal mago Mario Maggi. Liedholm si fidava ciecamente e a un certo punto questo mago gli disse che Benetti, il nostro mediano, lo vedeva bene nelle partite nelle coppe europee ma non in campionato. Benetti si ritrovò in panchina. Inutile dire che il mago Maggi rischiò di essere fatto fuori da Benetti".
Con Falcao finì male
"Falcao aveva un contratto e si scoprì che l’Inter stava trattando per portarlo via. Si attivò, addirittura, Andreotti per evitare il trasferimento e Falcao ottenne un contratto triplicato. Al rinnovo successivo la richiesta salì a una cifra sproporzionata con Falcao che, tra l’altro, si era infortunato. Per mio padre non c’era dubbio: il contratto andava risolto. Insomma, finì male. Con i tifosi furibondi".
(corsera)

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