De Rossi: arrivederci Roma

La penna degli Altri
mercoledì, 15 maggio 2019 alle 14:11
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LA REPUBBLICA (F. BOCCA) - È un tempo infame per i Capitani a Roma. È come se avessero buttato giù dal Campidoglio le statue dei Dioscuri. Che per la mitologia sono Castore e Polluce, guerrieri figli di Zeus capaci di imprese epiche, e per i romani-romanisti degli anni 2000 molto più prosaicamente Totti e De Rossi.
In due anni, per dirla brutalmente, ce li siamo giocati. Con la delicatezza del cinguettio di un tweet alle 8 del mattino Daniele De Rossi, 36 anni a luglio - l’icona del “
Ringrazio Dio di avermi fatto romanista” - una vita da giallorosso, figlio di un giallorosso (Alberto, allenatore della Primavera), l’ultima persona, l’ultima cosa, l’ultimo capitello sbrecciato di una Roma malinconica e antica, è fuori. Liquidato da James Pallotta e i suoi supermanager. Lo vuoi fare il dirigente? No? Vuoi continuare a giocare? Niente contratto, è finita, bye bye. In meno di una giornata è tutto fatto. Che c’è di strano? Non è che con Del Piero e Buffon alla Juve fossero andati tanto più per il sottile. Oggi così si fa. DDR è vecchio, acciaccato, dolorante, con le cartilagini logore e costa troppo per quel che può dare. Con un dettaglio, però: era, è ancora il migliore, il più tosto e forte della Roma, ma in America dove guardano score e report dei match analyst non lo sanno. Non restano ora che le pratiche di rito, almeno un po’ meno strazianti di Totti, rapide. Non indolore, ma quasi. Un po’ di commozione, l’abbraccio ai compagni venuti a salutarlo con la maglia con scritto De Rossi e l’8 sdraiato a mo’ di segno dell’infinito, un paio di partite ancora, l’ultimo stipendio. E non potrà mancare l’armadietto da svuotare.
Ci vorrà un trasloco per portare fuori tutti i ricordi da Trigoria e le maglie col 16 a citazione di Roy Keane. «Io quel cancello l’ho attraversato che avevo 11 anni, salgo in macchina che qui viene da sola in automatico. C’ho passato un vita, questa è casa mia». DDR è tosto, orgoglioso, un duro. Come dice lui a Roma si vive bene, il “romanismo” per quanto spesso sia stucchevole e opprimente è un valore. Il Chuck Norris del calcio italiano avrebbe voluto dunque chiudere con la Roma ed evitarsi il fastidio di un contratto da strappare chissà dove, negli Usa, in Giappone o gli Emirati, ma non può dolersene più di tanto. Non è che Chuck Norris quando rimane senza pistola s’arrenda, ti picchia a mani nude. E così la summa del suo addio è tutta in una frase che scava un baratro tra lui e la società, tra la Roma di ieri e quella di oggi, tra la verità e l’ipocrisia di chi pensa che il calcio sia prima di tutto industria e business. In parte qualcosa che lo divide anche da Totti, ora sull’altra sponda. «Certo che il distacco c’è. Io volevo continuare e loro no. Se mi dicono che ho la stoffa da dirigente, bene allora da dirigente dico che il contratto a un giocatore come me lo avrei rinnovato. Perché io quest’anno non ho giocato molto ma ho giocato bene».
Vecchio sì, ma state sbagliando. Lo pensano anche i tifosi che riempiranno l’Olimpico per la sua gara d’addio, il 26 maggio contro il Parma, già quasi sold out. «Oggi è un giorno triste, sei stato e sarai sempre mio fratello» gli ha detto Totti. Il vecchio capitano è entrato in banca e lui è rimasto nel fumo delle barricate. Totti s’è messo in giacca e cravatta, De Rossi se ne va a scegliersi il gran finale chissà dove nel mondo. Perfino in Italia lo vorrebbero ancora. Seicentoquindici partite nella Roma e 117 in Nazionale il centrocampista Campione del Mondo 2006, lo stesso piglio di Tardelli, paragonato a Gerrard del Liverpool che dopo 17 anni se ne andò ai Los Angeles Galaxy, solo 2 anni fa lo avrebbe voluto l’Inter. Prima ancora Mancini se lo sarebbe portato volentieri al City. Fino all’ultimo ha mantenuto lo sguardo torvo, il viso raramente inciso da un sorriso, la barba hipster a camuffarne i sentimenti. Daniele De Rossi non è mai del tutto uscito dal lato oscuro della forza.
Quella maniera feroce, incontrollata, fuori di testa, troppo spesso cattiva, di giocare a pallone: la gomitata ai Mondiali a McBride, i cazzotti a Mauri nel derby, espulsioni e squalifiche lo hanno segnato. Diciotto campionati di A tutti nella Roma, se non è l’ultima bandiera quasi. La vecchiaia gli ha dato responsabilità e profondità, una capacità zen di saper resistere e anzi farsi una ragione, un punto d’onore non aver vinto scudetti a ripetizione ma solo un paio di Coppe Italia perdute nel tempo. Valerio Mastandrea, profondamente romanista, è la sintesi perfetta di questa filosofia dolcemente rassegnata, che trova soluzione a tutto, anche uno scudetto lì dove non c’è o c’è stato appena prima di lui: «Come 18 anni fa, una festa per lui in ogni quartiere. De Rossi è il nostro scudetto perenne e va sventolato in ogni parte di Roma». Forse è solo un arrivederci. Figlio di un allenatore, De Rossi studierà e farà l’allenatore. Forse anche alla Roma. L’avevamo già capito. La sera del 13 novembre 2017, Ventura si rivolse a lui per farlo entrare durante il lugubre Italia-Svezia che ci buttò fuori dai Mondiali: «Ma porca mignotta, che metti me? Metti Insigne, dovemo vince, mica pareggià!
”. Gli avessimo dato retta...

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