LA STAMPA (G. BUCCHERI - S. DI SEGNI) - La prima pacca sulla spalla lo fa sobbalzare. Poi il sorriso. Thomas R. DiBenedetto riscopre Roma quando mancano venti minuti alle otto e Fiumicino si chiede chi sia quelluomo inseguito dai flash e dallandatura dinoccolata. «I love Italy, i love Rome...», dice il capo cordata Usa che fra poche, pochissime ore, salirà in cabina di comando del club giallorosso.
DiBenedetto è atterrato, la città gioca quasi a nascondersi perché troppe, volte dal 2004 ad oggi, il passaggio di consegne è sfumato ad un passo dal traguardo. Gli americani, anzi lamericano cè ed è in carne ed ossa, non più nascosto dietro a comunicati o segnali: il futuro numero uno di Trigoria ha viaggiato in classe economica e, come bagaglio, solo una piccola valigia da dove tirar fuori la giacca e la cravatta per immergersi, poi, nella trattativa più lunga.
DiBenedetto sbarca nella Capitale con un maglione color salmone, un giornale piegato sotto braccio e laria del nonno in vacanza. Roma lo accoglie con latteggiamento distaccato di chi aspetta la fumata bianca prima di scendere in strada. Così, accade, che mentre limprenditore di Boston è chiuso negli uffici al primo piano della palazzina liberty dove ha sede lo studio Grimaldi, ad un soffio da villa Borghese, solo dieci tifosi giallorossi si accampino sulla via.
«Thomas, Thomas...», lurlo non appena DiBenedetto prova ad affacciarsi, un saluto e, forse, la delusione di non farsi rapire da un bagno di folla, solo rimandato. La gente ha paura, il popolo della Roma tema il trabocchetto sempre in agguato quando si è trattato di mandare in archivio lera Sensi (18 anni è durata la dinastia al potere). Si tratta, passano le ore: sullaccordo manca soltanto la firma. Entra ed esce il camioncino del catering, niente ristorante, niente trattoria per il primo giorno romano del finanziere americano.