«Devo fare il professionista, ma se dovessi segnare non esulterei»

La penna degli Altri
venerdì, 12 novembre 2010 alle 10:13
IL ROMANISTA (C. ZUCCHELLI) - Non è andato via da Roma il 21 agosto 2009. No. Alberto Aquilani se n’è andato qualche mese prima: era l’11 marzo. La notte dei sogni spediti in cielo. Quelli di Champions, calciati sopra la traversa da un rigore di Tonetto, ma pure quelli del Principino di Montesacro, spediti a Liverpool da fredde esigenze di bilancio che col cuore non hanno nulla a che fare.
Un altro che Aquilani frequenta spesso è Giorgio Chiellini, amico da una vita e, in un certo senso, decisivo nella sua scelta di andare a giocare alla Juventus. Ci ha pensato un po’ su, Alberto, quando gli è arrivata l’offerta bianconera. Non perché pensasse di tornare a Roma, a quella che era stata un’ipotesi paventata da alcuni non ha mai creduto perché per lui la sua storia in giallorosso si è conclusa quell’11 marzo. Non se ne sarebbe mai andato, ma quando la società gli ha comunicato l’intenzione di venderlo non ha detto no. «L’ho fatto per amore della Roma», ha spiegato mille volte con gli occhi malinconici di chi sa che indietro non si può tornare. Se potesse, forse, lui lo farebbe e rivivrebbe due giornate. Anzi, due partite. Catania- Roma, quella del 2008 e dello scudetto sfumato nel secondo tempo, e, appunto, quel Roma-Arsenal che lui ha voluto giocare a tutti costi. A Liverpool gli hanno detto che è stato un incosciente a farlo, a Torino non ne hanno voluto sapere e gli hanno dato fiducia dal primo giorno. Fiducia ripagata, per ora, con un gol, e tante buone prestazioni che non sono sfuggite a Prandelli. Lui lo sa, è sereno «finalmente», si sente di nuovo un calciatore importante, che era poi la cosa che gli è mancata di più da quell’11 marzo del 2009. Da quando, pur di dimostrare che la Roma era la cosa più importante, ha rischiato di rimetterci la carriera. Alberto non lo racconterà mai, ma basta chiedere a chi l’ha operato per averne conferma. Perché ci sono fasi, o amori, che non si superano mai. Pure se adesso indossi una delle maglie peggiori d’Italia. Quello è lavoro, il cuore è un’altra cosa.

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