Prandelli ripensa all’Heysel: «Ho avuto paura»

14/10/2010 alle 11:08.

CORSPORT (A. SANTONI) - Si concede una sigaretta, prima di risalire in macchina verso Firenze, nel parcheggio sotterraneo di Marassi. La fu­ma a grandi boccate. Sono le 10 e mezzo di ieri mattina. Lui è particolarmente pallido, col viso tirato, gli occhi più grandi, anche per quello che hanno visto la sera prima.

« Quanto avrei voluto parlare di calcio... »

mastica Cesare Prandelli. Ma non si può, non in questa occasione. Il ct ha conferma­to la conferenza stampa di fine ritiro ma la sue parole tracciano un bilancio mai artico­lato prima da alcun ct in cento anni di sto­ria azzurra. E per un attimo vanno oltre le drammatiche scene di violenza che hanno portato alla sospensione di Italia- Serbia, martedì notte: « Quando ho visto gli ultras che provavano a sfondare la vetrata e la gente che scappava terrorizzata, ho avuto davvero paura. In situazioni del genere, ba­sta poco per trasformare tutto in tragedia. E se non è accaduto niente di più grave di­pende dalla natura delle migliaia di perso­ne che erano venute allo stadio: famiglie, bambini. Un pubblico straordinario, che si è comportato in modo esemplare. Fosse stato un incontro di club, con la presenza di due fazioni militarizzate... Riflettiamoci» .

Per lui, cui è toccato vivere dal campo l'ecatombe dell'Heysel, le parole su queste questioni sono pietre, da maneggiare con cautela. Prandelli dunque entra nel merito dell'argomento calcio e violenza con un di­scorso ampio, separando quello che è acca­duto ieri dall'analisi su un universo, quello ultras col quale, secondo il ct, bisogna dia­logare: «Si deve saper ascoltare. Si trova tanta solidarietà in quell'ambiente. Guai a criminalizzarli!» .

Ma Italia-Serbia viene prima, ed è stata un'altra storia, una brutta storia. Prandelli ammette: «Sono sincero: noi però voleva­mo giocare. Ora tutti dite che si sapeva che i loro hooligans avrebbero impedito la par­tita? Noi no, non sapevamo. Una cosa è chiara: quella è gente che non ha nulla da perdere. Delinquenti. Non so quale tipo di problemi ci siano dietro, se sociali o politi­ci. Cosa direi al loro capo? Gli chiederei se ha figli o fratelli minori e quale futuro pre­vede per loro» . Ha fatto discutere la scelta di Stankovic e compagni di andare sotto il curvino dei serbi, con gesti d'intesa nazionalistici e ap­plausi. Prandelli sorride: «Siamo stati noi a invitarli a fare qualcosa. Loro erano scos­si, impreparati, impauriti. Che scena è sta­ta? Non so, ma è chiaro che sono sotto scacco. Hanno le famiglie, devono tornare in Serbia e rischiano di ritrovarsi quella gente sotto casa. Sono stati costretti ad as­secondarli » . Avrebbe potuto raccontare al­tri particolari, Cesare, in particolare, lo sfogo del povero Stojkovic, letteralmente terrorizzato, rifugiatosi nel loro spogliato­io, durante la prima sospensione. Ma pre­ferisce restare al quadro generale: «Situa­zioni del genere le abbiamo vissute anche noi, anche se non così gravi. In certe à ci sono pesanti condizionamenti, è inutile negarlo. Bisognerebbe tornare ad essere li­beri di parlare e dire quel che pensi. E in­vece se perde una partita, per un giocato­re è difficile uscire la sera a mangiare la pizza con i figli, magari non si dice ma è co­sì. Però qualche anno fa la situazione era peggiore, le parole di Capello non sono ca­dute nel vuoto, ora si sta lavorando e le mi­sure vanno nella giusta direzione» .

Gli viene facile proporre un modello che conosce bene quello varato dalla Fiorenti­na, dialogo e tolleranza zero. « Ultras pro­fessionisti? Io di stipendiati non ne cono­sco. Non bisogna aver paura di fronte a questa violenza, né si può immaginare un calcio senza tifoserie organizzate. Certo, sarebbe bello uno stadio tutto di famiglie e bambini. L'esperienza di Firenze insegna: i Della Valle hanno chiarito subito, un ge­sto di violenza e lasciamo la società. E so­no sicuro che lo farebbero. Ma se si parla con i capi tifosi e si capiscono le loro esi­genze, sono poi loro i primi a fermare scin­tille di violenza: e questa è prevenzione. Bisogna lavorare sui tifosi del futuro, ora­mai il mondo adulto è malato. Intanto, non si può intervenire quando è troppo tardi, pensando di risolvere tutto in pochi secon­di » .

Si discute sul comportamento della no­stra polizia. Prandelli spiega: «Se ha rite­nuto di non intervenire per le strade di Ge­nova, evidentemente era per non danneg­giare i cittadini. Il fatto è che non si deve arrivare a quel punto» .