Addio Gepy... C’hai fatto innamora’

04/07/2010 alle 05:17.

IL ROMANISTA (M.IZZI) - La casa a Via Nomentana, con il pianoforte a coda bianco e la sua foto in compagnia di Falcao è rimasta definitivamente vuota. A 67 anni quell’omone che sembrava fatto d’acciaio se n’è andato. Si chiamava Giampiero Scalamogna, ma tutti lo conoscevano con il nome d’arte: Gepy.

Proprio nella capitale londinese, iniziando a suonare nei locali più alla moda, Gepy si troverà faccia a faccia con John Lennon: «Stavo lavorando al Blasic Club, quando vidi nei tavoli Brian Auger, un musicista di valore che avevo avuto modo di conoscere al Piper e che una volta saputo del mio arrivo era venuto ad ascoltarmi.
 
Solo che Brian non era venuto da solo, ma in compagnia di John Lennon. Per me che ho sempre amato i Beatles, fu una bella emozione». Sempre durante il soggiorno in Inghilterra Gepy viene invitato a tenere un’esibizione all’Università di Southampton, dividendo il palco con il gruppo The Birds. E’ l’inizio di un girovagare che lo porta in Germania (risiederà per più di un anno a Monaco di Baviera), a Parigi, di nuovo a Londra e infine a New York. Rientrato in Italia darà ottimi frutti la sua collaborazione con Ornella Vanoni, di cui diviene produttore e con la quale duetta nel brano di successo Più. Negli Anni 70 cavalca con eguali soddisfazioni il genere dance, ma la grande passione di tifoso romanista lo porta, a metà di quel decennio a comporre una melodia, che rimane, per chi ama i colori giallorossi, il suo capolavoro assoluto. Il motivo di Roma, Roma, Roma, nacque di getto, una sera in cui Gepy si stava recando in macchina agli studi dell’RCA, è stato proprio lui, a raccontarne al Romanista, confidandosi con Mauro Macedonio, la genesi: «Roma, Roma, Roma è nata così: io avevo smesso di cantare e facevo allora il produttore alla RCA. Un giorno, uscendo dalla mensa, sono passato al bar e, mentre dicevo ai due baristi, due amici, romanisti anche loro, che sapevano che il caffè lo volevo al vetro, con la cremetta giusta: "Posso avere il mio solito?", mi accorgo che sto gomito a gomito con Chinaglia. E vicino a lui c’erano i fratelli De Angelis (Guido e Maurizio, compositori ed interpreti, come Oliver Onions, di tante canzoni e colonne sonore negli anni 70 e 80, e altrettanto lazialissimi, ndr), che avevano scritto per Chinaglia il brano (I’m) Football Crazy, pezzo che per quasi un anno divenne anche l’inno della Lazio. Quando sen’è andato, ho detto agli amici: "Avete avuto il coraggio di portare Chinaglia qui alla RCA!". Un posto che era diventato praticamente casa mia, perché quando andava bene facevo almeno due turni al giorno e stavo lì dalle nove a mezzanotte. Insomma, ci vivevo.
 
"Ma vi rendete conto" gli ho ripetuto: "che avete portato a casa mia Giorgio Chinaglia? Ebbene, adesso, vi farò vedere che porterò qui tutta la Roma!". E così è nata la sfida e, insieme, l’idea della canzone. Un giorno che venivo da via dei Prati Fiscali in direzione di Montesacro, da dove passavo per (...) arrivare a Via Sant’Alessandro alla RCA ho pensato la canzone. Quando sono arrivato, sono andato nella saletta dove c’era il pianoforte e l’ho provata. Ho materializzato, insomma, l’idea che mi ero fatto nella testa. Dopodiché sono andato giù da Antonello Venditti e gli ho raccontato che avevo scritto una cosa, in risposta ai fratelli De Angelis, e che mi ero anche impegnato a portare lì la Roma a fare da coro. Insomma, come ho fatto sentire il motivo ad Antonello, accennando "Roma, Roma, Roma", lui se n’è subito uscito con "Core de sta à". Gli ho detto. "Se fai tutto il pezzo così, stamo a cavallo". E invece, dopo due mesi che non arrivava, ci siamo lì, io e Sergio Bardotti, e il testo alla fine è uscito fuori. Qualche giorno dopo andai a casa di Sergio, una villa dalle parti di Mentana(...),c’era anche Franco Latini,che era un romanista accanito. Finimmo giusto allora la canzone, mettendoci a cantarla tutti insieme. E Franco, che però non aveva dato nessun particolare contributo al testo, ci disse, al termine di quelle due ore passate lì con noi: "Ammazza’ oh, quant’è bella sta canzone! Sentite, siccome so’ romanista e la Roma la amo più di qualsiasi altra cosa, me la fate firmà pure a me?". Gli dissi subito di sì, per l’amicizia che ci legava e anche perché non faceva grande differenza la distribuzione dei diritti. Ed è così che sul disco compare un quartetto di nomi: Bardotti, Latini, Venditti e Scalamogna...
 
L’ho voluta firmare con il mio cognome perché devi sapere che c’avevo una nonna, di quelle romane vere, nata a Vicolo del Cinque e cresciuta a via Baccina, che quando tornavo a casa con i dischi firmati con il mio pseudonimo: "Sergepy", diceva sempre. "Ma chi è sto Sergepy? Ma chi o conosce". E così, quella volta, visto che la canzone era per Roma e per la Roma, l’ho voluto fa’ contenta e c’ho scritto Scalamogna». Il 15 dicembre del 1974 all’Olimpico, durante il match con la il brano viene fatto ascoltare in pubblico per la prima volta. Il sottotitolo “La Roma non si discute si ama”, coniato da uno striscione dei tifosi, è l’ultimo imprimatur verso l’amore della gente. E difatti è subito un successo travolgente, che si consacra come l’inno più bello mai composto per una squadra di calcio. A quella sua creatura Gepy era sempre rimasto immensamente legato, tanto che un paio di anni or sono ne aveva incisa una nuova versione, in lingua inglese. Sognava di farne il biglietto da visita della Roma per le partite internazionali: «Ma ve lo immaginate la Roma che gioca in in Inghilterra con la gente che può capire anche il significato delle parole? Sarebbe grandioso». Nel mio ultimo incontro con Gepy, nel 2008, nell’ambito della Mostra dell’Unione Tifosi Romanisti di Piazza del Popolo: “I migliori anni della nostra vita”, gli chiesi quale fosse stata la più grande soddisfazione della sua vita. Era già sulla sedia a rotelle e mi rispose: «Una volta ero allo stadio, in tribuna Montemario, una signora anziana si avvicinò e mi disse. “Roma Roma Roma” è proprio bellissima. Ma lo sa che mio nipote ha cinque anni e canta già tutto il testo”. Non so perché ma è stata una cosa bellissima». In quel momento, forse, Gepy ha capito definitivamente di aver realizzato una musica che gli sarebbe sopravvissuta, che sarà in grado di trasmettersi di generazione in generazione senza morire mai.

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