La Nuova Zelanda e quel ricordo Divino

La penna degli Altri
domenica, 20 giugno 2010 alle 4:41
nuova20zelanda
IL ROMANISTA (D.GIANNINI) - Se dici calcio e Nuova Zelanda a chiunque abbia superato da un po’ la trentina, quello ti risponderà: Zico. Se poi lo chiedi a un romanista, lui d’istinto dirà: Falcao. Perché tutti gli appassionati di pallone ancora oggi si chiedono come abbia fatto il Brasile del 1982 a non vincere quel Mondiale
E tale è rimasta fino a qualche giorno fa, fino allo storico pareggio contro la Slovacchia. I nostri avversari di oggi, alla loro seconda partecipazione, hanno centrato il loro primo punto, non il primo gol perché nell’82 ne fecero 2 alla Scozia prendendone però 5. E ora ci hanno preso gusto, i neozelandesi, che proveranno a fare lo sgambetto ai campioni del Mondo in carica. Roba da non credere per un Paese che è impazzito già per la semplice qualificazione a Sudafrica 2010. Il merito dell’impresa è in parte delle qualità della squadra, e in parte dei nuovi regolamenti Fifa. Che da qualche anno hanno inserito l’Australia, la formazione più forte d’Oceania, nella zona asiatica. Decisione che ha di fatto liberato un posto altrimenti quasi sempre già assegnato. Ora la vincitrice del girone dell’Oceania va ad uno spareggio per provare a realizzare un sogno.
E’ stato così per la Nuova Zelanda che, dopo essere stata fatta fuori nel 2006 dalle Isole Solomon, stavolta è andata a giocarsi il Mondiale contro il Bahrain, la quinta classificata della zona asiatica. Una doppia sfida terminata 0-0 negli Emirati Arabi e 1-0 al ritorno con il gol qualificazione del bomber Rory Fallon. Al quale, per quella rete, è stata dedicato anche un coro che dice: “He’s big, he’s bad, he’s better than his dad”. Ovvero: “E’ grande, è cattivo, è meglio di suo padre”. Ovvero Kevin Fallon, il coach del 1982. Quello di oggi si chiama invece Ricki Herbert e anche lui faceva parte della spedizione in Spagna, ma come giocatore. La stella della squadra è però il capitano Ryan Nelsen, che gioca nel Blackburn Rovers. Non è l’unico emigrato nel Regno Unito, perché sono in totale 5 gli elementi degli All Whites a giocare in Inghilterra. Già, All Whites, i “tutti bianchi”, soprannome chiaramente in contrapposizione agli “All Blacks”, ovvero la nazionale neozelandese di rugby. Che è lo sport nazionale, ma gli appassionati di calcio hanno il loro orgoglio e vogliono distinguersi da quelli della palla ovale. Tutti bianchi, come le maglie che indossano, come i colori vestiti dai tifosi al seguito, che non a caso si chiamano “White Noise”. Perché “noise”, in inglese "rumore"? Su questo ci sono varie teorie. La più elementare è quella per cui si vestono di bianco e fanno rumore, quindi White Noise. Per alcuni, però, il nome è una traslazione di quello dei tifosi dei Phoenix Wellington, la squadra di club più forte del Paese. I Phoenix vestono di giallo e i loro tifosi si fanno chiamare “Yellow Fever”, “Febbre gialla”. E siccome la maggiorparte dei tifosi della nazionale vengono da quel gruppo, ecco il nome White Noise. C’è pure una terza teoria, secondo cui quel nome si rifà ad un film horror intitolato proprio White Noise. Insomma, un modo per fare paura agli avversari. Loro, forse. Perché in realtà la squadra neozelandese non è particolarmente temibile. Certo, al Mondiale non si può dare nulla per scontato e qualsiasi avversario va preso con le molle. Ma gli All Whites sono appena 78esimi nel ranking Fifa subito davanti all’Albania. Il loro punto di forza, quello su cui il ct Herbert punta, è il fisico.
Una squadra non tecnica ma potente insomma, schierata solitamente con un 3-4-3 che permette di avere tre uomini ben bloccati dietro e due larghi sulle fasce. E proprio per i piedi di questi due passa la maggior parte dei palloni. Palla larga ad aprire il campo e lancio per le punte, brave a sfruttare il gioco aereo e, magari, a procurarsi insidiose punizioni dal limite. Da tenere d’occhio davanti, oltre al match-winner col Bahrain, Rory Fallon, anche il numero 9 Shane Smeltz. Calciatore di origine tedesca ma che ha sempre giocato nel suo continente ed ora fa parte del club australiano Gold Coast United. E poi attenzione alle incursioni dei lunghi difensori centrali, come Winston Reid, autore dello storico gol del pareggio. Punto debole della squadra, almeno stando a quanto visto nel match d’esordio, è il portiere Mark Paston. Contro la Slovacchia ne ha combinate un po’ di tutti i colori: uscite a vuoto, rinvii svirgolati, respinte da brivido. Eppure, in occasione del gol subito non ha avuto particolari colpe. Incoraggiante, ma neanche poi tanto, l’unico precedente tra le due nazionali. Che risale a un anno fa quando, alla vigilia della Confederations Cup, gli azzurri affrontarono gli All Whites in amichevole a Pretoria. Finì 4-3 per noi, ma fu la sagra dell’errore. Con i nostri avversari tre volte avanti con Smeltz e Killen (doppietta) e poi ripresi e sorpassati dalle reti di Gilardino (2) e Iaquinta (2). Oggi sarà diverso, sarà partita vera. Con i White Noise che proveranno a coprire il ronzio delle vuvuzelas con il loro cori intonati sulle note di "When the saints go marching in" e "Have you ever seen the rain". Dall’altra parte gli azzurri che proveranno a rendere memorabile questa partita. Più di quanto fecero Zico e Falcao 28 anni fa. Difficile.

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