Minacce ultrà. E’ ora di reagire

25/05/2010 alle 15:50.

GASPORT (A. MONTI) - «Lo sai che sei un uomo morto?». La minaccia sinora riservata ai pentiti della mafia e ai giornalisti scomodi nei regimi dittatoriali è ufficialmente sbarcata sul pianeta calcio domenica 16 maggio, ultima giornata di campionato, in margine alla partita tra Chievo e Roma. Destinatario Alessandro Catapano, valente giornalista sportivo della Gazzetta spesso costretto, suo malgrado, a occuparsi dei risvolti meno nobili e più violenti del tifo capitolino. Catapano era all'aeroporto di Verona, insieme con un gruppo di cronisti in attesa dell'aereo di ritorno, quando un noto capoccia degli ultrà romanisti è scivolato alle sue spalle e gli ha sussurrato il grazioso avvertimento.

Ora si dà il caso che il noto capoccia abbia un nome e un volto ben conosciuti anche perché da 15 anni ha libero accesso alla squadra e al campo d'allenamento di Trigoria. Da oggi, per comune decisione di Catapano e della direzione di Gazzetta, quel nome figura in una denuncia penale per minacce aggravate. Minimizzare ancora una volta, fingere di non vedere né sentire per non innescare ulteriori reazioni, avrebbe significato contribuire alle connivenze e allo sconcio che ogni domenica trasforma i nostri stadi e zone limitrofe in polveriere senza né legge né sicurezza per i veri tifosi. Nel caso specifico, le migliaia di romanisti che alla propria squadra offrono il cuore. E non un braccio armato.

È bene essere chiarissimi: la nostra denuncia non è rivolta in modo indiscriminato contro una curva che, ancora recentemente, ho visto protagonista di un tifo appassionato e di coreografie meravigliose. O contro la squadra che abbiamo seguito con ammirazione nella sua rincorsa al titolo e al bel gioco: numerose prime pagine dedicate ai colori giallorossi e ai suoi protagonisti sono lì a testimoniarlo. No, la denuncia di Gazzetta è rivolta a una persona che ha pronunciato minacce inaccettabili. E, per logica estensione, al fondo limaccioso del calcio italiano che purtroppo scorre sotto ogni fede e ogni colore.

Qualche tempo fa, proprio il nostro (e vostro) Alessandro Catapano questa palude l'ha esplorata con un'intervista all'ultrà romanista accoltellato dopo l'ultimo derby. Un documento allucinante: il ragazzo che poteva finire sgozzato ammette con candore che le lame sono elemento integrante nella vita dei nostri stadi. E l'aggressione fa parte del gioco perché un giorno le si prende e un altro le si dà... Proprio questa, forse, è la colpa dei giornalisti che fanno il loro mestiere: non dispensare sociologie bensì mettere a nudo il pericolo mortale che minaccia il nostro calcio. Quante denunce, quanti moniti, quante interviste, quanti accoltellati, quante macchine bruciate, quante famigliole scampate per miracolo dovranno scorrere sotto i nostri occhi prima che la politica e le società di calcio diano ai facinorosi il segnale che la loro orrenda ricreazione domenicale è finita?