
IL ROMANISTA (P.MARCACCI) - La nuvolaglia ogni tanto impalla il sole, lerba sul terreno di gioco si fa per un attimo verde bottiglia, da smeraldo che era; più che un dato atmosferico, è il turbamento occasionale che ogni tanto vela le nostre emozioni, in una domenica che comincia tra le mani troppo aperte di Consigli, che rimbomba sul tabellone gli echi di San Siro e di Bologna
Hai bisogno di punti di riferimento, allora, di ritrovare i gesti consueti e i visi amici, quando sai che ti stai giocando il destino: ecco perché in ogni angolo ora smeraldo ora bottiglia, cè John Arne Riise che ti pugnala il campo visivo, che te lo squarcia in scivolata, che te lo puntella con un cross da novantunesimo minuto, come se a quelli nati sotto il Polo Nord lacido lattico gli si fosse congelato da neonati. Allora ti senti quasi di spellarti le mani persino quando la sua veemenza recapita un pallone sfortunato tra i piedi di Tiribocchi: lorologio dice minuto cinquantatre, cinquantaquattro gli anni di vita che tu in quel momento lasci sulla zolla dellerrore, anche se a sbagliare non è Riise ma il pallone, sia chiaro. Ventisei minuti dopo, anche se la lancetta sembra murata sempre allo stesso punto, ritrovi lo stesso solco puntellato di lentiggini, la medesima scia che la zazzera arancione lascia dietro di sé quando Riise decide di squarciare le speranze di chi ancora crede, come il povero Ferreira Pinto, che stava per lennesima volta ripartendo sotto la Tevere. Sul viale Dei Gladiatori, proprio lì tra Lungotevere e il centro di Alesund, fai unultima riflessione: una volta si diceva che per ogni comitiva ci deve essere almeno un roscio; beh, a noi allora cè andata proprio bene.