Settantamila e una bandiera: Totti

27/03/2010 alle 09:39.

IL ROMANISTA (T. CAGNUCCI) - Totti siamo tutti noi sempre, non solo se compri una vocale. Totti siamo tutti noi soprattutto in giornate così. Stasera. Stadio Olimpico in Roma, profumo attorno di primavera, quando salirete quelle scalette dentro ritroverete il Capitano. Comunque. Campo o panchina, Francesco Totti tornerà a casa, nella sua dimensione naturale: con la maglietta della Roma. Non poteva che essere oggi il rientro. Calciatori così meritano partite così, romanisti così meritano di vincerle. Comunque. Campo o panchina. Un Roma-Inter di questa portata, una partita che il tifoso della Roma aspetta di giocare da chissà quanto tempo avrebbe avuto un po’ meno senso senza Francesco Totti, non solo il giocatore più forte di questa storia, ma un simbolo, un amuleto, un magnete, qualcosa - qualsiasi cosa vogliate - che fa la differenza.

Anche se non dovesse giocare avere lì è un’impressione diversa, è già una partita diversa. Campo o panchina. Comunque. Una volta l’ha vinto persino da un sedia con le stampelle appoggiate per terra: era il derby del record, bastò la presenza a dare la carica a tutti (soprattutto a che prima di iniziare andò a parlottare col suo ). Un’altra volta, invece, gli bastò alzarsi dalla panchina per vincere: era 0-0 col Toro in Coppa Italia, all’andata era finita 3-1 per loro, entrò nella ripresa e mancava poco, toccò una palla, fece due gol, finì 4-0. Cose che sono riuscite soltanto a Fonzie e a Mohammed Alì quando vinse l’incontro degli incontri con Foreman già prima di combattere, coi ragazzini africani che strillavano in continuazione: "Alì bumaye, Alì-bumaye".

C’è un bellissimo film-documentario per quell’evento, si chiama "Quando eravamo Re": potrebbe essere un bellissimo titolo un giorno fra mille anni dopo stasera, soprattutto per lui. Fra mille anni quando smetterà. Se mai smetterà di giocare visto che lotta e vinci insieme a noi anche quando non c’è. Contro l’Inter è sempre stata una gara particolare per . Tanti ricordi, l’ultimo è uno brutto, un calcio di rigore tirato alle stelle lì dove sarebbe finita la dedica per il presidente Sensi nel caso di un gol per la Supercoppa. In Supercoppa all’Inter, e sempre a San Siro, ha alzato un trofeo prendendosi un rigore e poi ballando col pallone sopra Materazzi.

Però i nerazzurri per sono altri ricordi più forti. Quello più importante ha la data dell’11 maggio 2006: Meazza, ritorno di finale di una Coppa Italia già compromessa: però quella volta Francesco tornò in campo dopo 81 giorni, dopo il crac del 19 febbraio di Vanigli, dopo la paura più grande presa come calciatore. Fece in tempo a fare un cross per Nonda e un colpo di tacco. Erano i tempi in cui impazzava Calciopoli, già si preparavano le mezze amnistie, in mezzo a tanto finto calcio, quello era uno spiraglio di pallone. Lì a Milano, d’altronde, l’aveva fatto vedere a tutti il pallone, cos’è il calcio: 26 ottobre 2005, palla a lui, palla lui e basta, poi inizia il viaggio trequarti di campo verso Julio Cesar e un tocco, sotto-dolce-vellutatissio, per un’altra parabola infinita, ad accarezzare prima il cielo sopra San Siro e poi la rete. Un gol, il primo nella sua classifica. Il numero cento, invece, con la Roma lo ha fatto proprio all’Inter, il 3 ottobre 2004 per la prima da allenatore di Delneri. Uno, cento gol e mille partite però nessuna come questa. Roma-Inter stasera fa male solo a scriverla. Sono le partite in cui ti manca il respiro prima, quella dove riscopri il senso profondo dell’essere tifoso. Quelli in cui non servono parole e basta un’occhiata per strada con qualsiasi altro romanista per capirsi. Come un lancio di senza vedere. Ma stasera aprite gli occhi: lui c’è. Ci siamo tutti. noi.