Cappello bianco e Ray Ban. Il resto passa, scorre via. Lui invece resta sempre perché lui è la Roma

La penna degli Altri
sabato, 20 marzo 2010 alle 9:50
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IL ROMANISTA (P. MARCACCI) - La prima volta che lo incontrammo fu al termine di un Roma-Ascoli, verso la fine dell’opaca stagione ’86-’87. Più ancora di lui, ci colpirono gli oggetti che ne corredavano la persona: i Ray Ban fumé, già di per sé un simulacro della sua essenza e il cappello bianco, che uno un po’ più grande di noi ebbe l’ardire (e l’ardore) di chiedergli in dono: “No, questo no ”. Per noi, quindicenni dell’epoca, imbattersi in Antonello Venditti, in carne, ossa e corredo oggettistico, era più, molto di più che avvicinare un calciatore. Venditti era lo stadio, già allora, perché tutte le prime volte delle generazioni di romanisti nati dalla metà degli anni sessanta in poi è lì che l’hanno trovato, visto, salutato, con la cadenza regolare del coro “A-nto-ne-llo ” che ne omaggiava l’ingresso sugli spalti, Tribuna Tevere, “Roma Capoccia”.
Non ricordo la macchina su cui salì, solo che era bianca ma forse è un bene che i ricordi più intensi siano al tempo stesso anche un po’ sfumati, per questo mi piace che ancora oggi, quando gli telefono per avere lumi sul primo passo di un viaggio che stasera compie cinquant’anni, lui mi dica che forse, forse era un Roma-Padova, quella volta, perché è la prima Roma dei suoi ricordi. Mezzo secolo di un Olimpico che ha perso la pelle bianca e marmorea che aveva da giovane, che si è messo il cappello, che ha smarrito la bussola di una Madonnina; ma mezzo secolo sempre lì, parole e musica della Sud accanto a sinistra. Come crescere con una spina dorsale che ad ogni vertebra conta i nomi di Losi, Santarini, Di Bartolomei, Giannini, Totti; Un’era geologica di scarpini ed accordi, Circo Massimo di fusione emotiva, dove una nota di maggio volava comunque più alta di un rigore di Graziani e una lacrima furtiva s’insinuava tra i tasti di un pianoforte.
Quante coordinate sentimentali che si incrociano, tra paralleli di tifo e meridiani di musica nel rapporto tra i cantautori e le maglie più amate: Vecchioni s’è scelto la nebbia di San Siro come teatro della malinconia, Dalla e Morandi impazziscono di rossoblu al Dall’Ara, De André vive ancora oggi in effigie sul bandierone genoano che sventola nella gradinata del Grifone; ma sono tutti “
di” quella squadra, perché legati a quei colori. Antonello invece “è
” la Roma, non trascorre, a differenza di calciatori, allenatori e presidenti, perché ad ogni rintocco pagano di un ingresso in campo il rito ricomincia dal ricordo che si, è vero: t’ha dipinta lui. Auguri Antone’, questi sì che so’ compleanni!

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