Juan: «Sono rinato: voglio le coppe e il terzo posto»

16/01/2010 alle 09:38.

CORSPORT (G. D'UBALDO/R. MAIDA/P. TORRI) - Dice che parla poco. A noi non è sembrato, anzi. Forse doveva recuperare il tempo perduto nei mesi precedenti, quando gli infortuni lo hanno costretto a vedere e tacere. Certo è che lo Juan che si è presentato nella nostra redazione non è parso un ragazzo con un vocabolario ristretto. Una risposta su tutto, concetti chiari che non hanno mai sconfinato nella banalità che spesso ci accompagna nelle dichiarazioni di un calcio troppo spesso abituato e abitato da luoghi comuni. Accompagnato da Gianni Castaldi dell’ufficio stampa della Roma, dalla sorella Tatiana (fate conto lui al femminile) e dal suo amico-consigliere Michele Gerbino, Juan ha parlato di tutto e tutti. Dal Brasile alla Roma, dai suoi infortuni a come sta lavorando per prevenirli, dal campionato alla Champions, dal Brasile alla tragedia di Haiti, da Totti ad Adriano, da ..



Un’ora abbondante di chiacchierata che ci ha confermato l’impressione di un ragazzo che sa quello che vuole, un professionista vero, un campione a cui Dunga non rinuncerebbe mai, uno nato calciatore, «a diciassette anni ero già un professionista» , un uomo legatissimo alla famiglia e al suo Brasile, un leader che non ha bisogno di tante parole per esserlo. Anche se lui dice che parla poco. Sarà, ma a noi non è sembrato.



Sta per cominciare il girone di ritorno. Come giudica la prima parte della sta­gione della Roma?

«L’inizio è andato male, malissimo. Era­vamo in crisi. Poi però siamo cresciuti e siamo arrivati vicini alla zona , che è il nostro obiettivo. Ora sia­mo in corsa e possiamo provare fino in fondo a conquistare il terzo-quarto posto».

Quali possono essere le avversarie nel­la volata?

«Ci sono tante squadre e sono tutte lì, in pochi punti. e , ad esem­pio. In teoria siamo avvantaggiati ma dob­biamo stare concentrati per raggiungere l’obiettivo. La ci manca: è dif­ficile far passare il martedì, il mercoledì sapendo che devi giocare giovedì in Euro­pa League. Noi calciatori eravamo abitua­ti alla e la Roma ha le qualità per stare in ».

Dovesse scegliere tra la qualificazione alla e la conquista dell’Euro­pa League?

«Dico tutt’e due. La nostra rosa è attrez­zata per correre per entrambi i traguardi. Anzi, per tre, perché c’è anche la Coppa Italia che consideriamo molto importan­te ».

Presto non avrete più Julio Baptista, che ormai è dell’Inter.

«Mi dispiace che vada via. E’ brasiliano, è un campione, è un amico. Ma credo che questo affare possa accontentare tutti: la Roma, l’Inter e Julio, che ha una nuova op­portunità professionale e umana».

In compenso è arrivato Toni. Se lo aspettava così forte?

« Me lo aspettavo perché lo conoscevo bene, l’ho seguito anche quando giocava in Germania. E’ un grande attaccante e ci darà una grossa mano. Ha già fatto vede­re contro il Chievo le sue qualità».

A Trigoria potrebbero presto sbarcare altri due brasiliani: Simplicio e Azevedo.

«Simplicio è bravo, lo conosco da molto tempo. Non posso dire che lo prenderei, perché non ho abbastanza soldi... Però si­curamente è un buon giocatore. Su Azeve­do invece non mi pronuncio, è giovane e l’ho visto poco. Se dovesse venire, comun­que, lo accoglieremmo a braccia aperte e lo aiuteremmo a inserirsi. Ma non mi pia­ce parlare di giocatori che potrebbero es­sere acquistati per rispetto dei miei attua­li compagni. Sono questioni che riguarda­no la società».

Sembrava potesse arrivare anche Adriano alla Roma.

«Non conosco la sua situazione. Se fosse venuto alla Roma sarebbe sicuramente stato utile, perché è un grande attaccante. Ma da tifoso del Flamengo ( ride, ndr) mi sarebbe dispiaciuto perderlo...».

La Lazio invece sta seguendo Rever, di­fensore centrale del Gremio.

«Non conosco bene neanche lui. Ma ho sentito dire che è bravo».

A proposito di mercato, anche Juan ha tante richieste. Resterà alla Roma?

«Non sono più un ragazzino. Quando ho cominciato a fare il professionista, a 17 an­ni, avevo molti sogni. Ora invece penso al­le questioni pratiche: ho un contratto fino al 2013 e penso solo alla Roma. Sia io che la mia famiglia viviamo molto bene a Ro­ma. Mi piacerebbe vincere qualcosa qui».

Si è parlato di un forte interessamento del Real Madrid.

«Non ho mai avuto contatti con nessuno. Né con il Real Madrid, né con altre socie­tà ».

La Roma peraltro la considera incedibile. Soprattutto adesso che i problemi fisi­ci sembrano finiti.



«Ci tengo a chiarire questa storia, per­ché mi hanno disturbato certe voci. Due anni fa, proprio in questo periodo, ho avu­to un infortunio alla caviglia destra (in una partita di Coppa Italia contro il Torino, ndr). Da quel momento ci sono stati mille infortuni muscolari all’altra gamba per di­fetti di postura: questo mi creava una no­tevole tensione al flessore sinistro. Pensa­vo che i problemi fossero dovuti ai musco­li, visto che non sentivo più dolore alla ca­viglia, e invece no. Era sempre quella ca­viglia. Devo ringraziare le persone che mi hanno aiutato a superarli, lo staff medico della Roma ma in particolare il fisiotera­pista Gigi Novello, che ha scoperto l’origi­ne dei miei problemi, mi ha dato sicurez­za e li ha risolti».

Sono cambiate tante altre cose da quan­do Ranieri è il suo allenatore.

«E’ vero. Siamo intervenuti sulla dieta, attraverso gli esami del sangue. Da brasi­liano amo molto la carne, ma questo non andava bene. Troppe proteine. Ho diversi­ficato l’alimentazione: per fortuna in Italia si può mangiare la pasta... E poi ho dovu­ondiali to cambiare le scarpe da gioco: anche quelle creavano dei fastidi. Il mio sponsor me ne ha mandate di nuove e, anche gra­zie a un plantare, ora va molto meglio».

Ranieri dice di non avere mai allenato un difensore forte come lei.

« Sono parole che mi rendono felice. E nello stesso tempo mi responsabilizzano, mi fanno venire più voglia di lavorare. Ma non so dire se sono un leader, mi viene da ridere a pensare di esserlo visto che parlo poco... Per me conta sempre e solo la squa­dra ».

Si può dire che i metodi di allenamento di Spalletti non fossero adatti alle sue ca­ratteristiche fisiche?

« Posso dire che con Ranieri mi trovo meglio perché lavoro molto sulla velocità e meno sulla potenza. Per un difensore credo sia la cosa migliore. Ma questo non significa che con Spalletti mi trovassi ma­le e che i suoi metodi fossero sbagliati. Ho giocato tanto anche con lui».

Forse nell’era Spalletti ha saltato tante partite perché i recuperi erano affrettati.

«Beh, quando capitano certe partite che valgono una stagione, come Roma- Arse­nal l’anno scorso, ti viene voglia di rischia­re. Se ho giocato è perché me la sentivo. Pensate che una volta, nel ritorno degli ot­tavi di contro il Real Madrid, dissi a Spalletti che non ero pronto, che sarebbe stato meglio se fossi rimasto fuo­ri. Lui mi rispose che dovevo andare in campo, che aveva bisogno di me. Ho gio­, abbiamo vinto, nessuno si è fatto ma­le e nessuno ha detto niente. Aveva ragio­ne l’allenatore. A volte proprio giocando ti rendi conto che stai bene, soprattutto quando vinci».

Si è detto: Juan si risparmia con la Ro­ma per giocare al top nella nazionale bra­siliana.

«E’ falso. Ed è un’altra cosa che mi è di­spiaciuto sentire. Dal 2002 in poi sono sta­to il giocatore del Brasile più convocato. Sapete qual è stato il periodo in cui ho sal­tato più partite in nazionale?».

No.



«Il mio periodo alla Roma. Parliamo del­l’attualità: l’ultima partita che ho giocato nel Brasile è quella della Confederations Cup contro l’Italia (giugno 2009, ndr). Poi mi sono infortunato. Ma anche in passato ho cercato di rispettare le esigenze della Roma. Ho saltato un’Olimpiade, assecon­dando la richiesta della società. Ho evita­to di giocare partite di qualificazione quando rientravo da un infortunio. E per la Roma sono andato in campo anche se sentivo dolore o se ero poco allenato».

A novembre si è arrivati allo scontro di­plomatico per la sua mancata risposta al­la convocazione di Dunga.

«E’ stata una decisione della presidente ( chiama così Rosella Sensi, ndr) e io l’ho accettata. Anche lei si è preoccupata per le mie condizioni fisiche. Ma dovete capi­re che per noi giocatori a volte è difficile: come fai a dire di no quando la tua Nazio­nale di chiede di partire anche se sei infor­tunato, solo per fare gruppo? Inoltre, per noi che giochiamo in Europa, la convoca­zione arriva 15 giorni prima dell’evento. E’ difficile stabilire se sarai pronto a gio­care o meno, per questo i medici della fe­derazione vogliono vederti nei giorni pre­cedenti alla partita».



Il suo Brasile è ancora il grande favori­to del Mondiale?



« Sono tanti i favoriti. Quest’anno poi partecipano tutte le squadre che hanno già vinto almeno un Mondiale. Sulla carta è una lotta tra Brasile, Argentina, Italia, Germania, Inghilterra, Francia. In più la Spagna per come gioca. Ma poi conterà la condizione fisica, tecnica e mentale di quel mese».

Ronaldinho ci sarà?



«Non lo so. E’ un grande campione ma dipende da Dunga. Sono certo che il no­stro ct farà le scelte giuste e prenderà la decisione migliore per il gruppo. Mi ren­do conto che non è facile selezionare gli uomini, il Brasile ha tanti giocatori bravi. Si potrebbero fare due nazionali».

Diego invece è fuori visto che sta fati­cando molto nella .

«Crescerà anche lui. Adesso la è in un periodo difficile e Diego, come Felipe Melo, ne risente. Sono convinto che la Ju­ve si riprenderà. Speriamo dopo la partita con la Roma».

Amauri non trova posto nella vostra Na­zionale e potrebbe giocare in quella italia­na.

«Non entro in queste decisioni che sono personali. Dunga non chiude la porta a nessuno, ma forse Amauri pensa che sia difficile trovare spazio nel Brasile. Per quanto mi riguarda, a parte il fatto che or­mai non posso tornare indietro, sono trop­po legato al Brasile per giocare con un’al­tra maglia».

Ci passi la battuta: purtroppo per voi, non è brasiliano...

«Ma guardate, mica solo i brasiliani san­no giocare a calcio. A volte anzi i nostri giocatori hanno estro, dribbling, ma meno abilità di altri nel tiro o nel passaggio. Co­munque Francesco è uno dei calciatori più forti con cui abbia mai giocato. E’ sul livel­lo di Ronaldo, Romario, Ronaldinho».

Che tipo di allenatore è Dunga?



«
E’ molto capace, così come il vice Jor­ginho. Unisce la mentalità europea a quel­la brasiliana, lavorando sulla solidità di­fensiva. In più, essendo stato un calciato­re fortissimo capisce le necessità dei gio­catori. Sta diventando un campione anche in panchina».

Anche in Europa è partita la moda degli allenatori giovani, dopo Guardiola.

« E’ una tendenza che può funzionare. L’importante, quando si passa dal campo alla panchina, è capire che non si è più cal­ciatori senza perdere il vantaggio, ogni tanto, di pensare ancora come un calciato­re » .

Juan sarà allenatore a fine carriera?



«No, non mi ci vedo. Sono troppo gene­roso, non so dire di no. E poi, come dicevo prima, parlo poco ( ride, ndr). Si è mai vi­sto un allenatore che non parla?».



Chiuderà la carriera nel Flamengo?



«Se potessi scrivere la mia storia di cal­ciatore, vorrei che finisse così. Ma al mo­mento non si può dire. Dipenderà da tan­te cose».

Che vita fa, fuori dal campo?



« Sto molto a casa con la famiglia e gli amici, qualche volta vado al mare. Mi pia­ce l’Italia, è simile al Brasile. Mi piace tut­to dopo cinque anni vissuti in Germania. Anche il sole...».

Peccato che in Italia i campi da gioco e gli stadi non siano all’altezza.

«E’ vero. Ed è un peccato perché per un calciatore è il massimo giocare davanti a tanta gente su terreni perfetti».

Se non avesse fatto il calciatore, che carriera avrebbe scelto?

«Non ci ho mai pensato, perché ho ini­ziato prestissimo a giocare».

E’ nato come difensore?



« No. Nella scuola calcio del Flamengo giocavo a centrocampo. Mio zio sosteneva che dovessi diventare un difensore ma a me non piaceva. Un giorno però mancò un mio compagno e l’allenatore decise di ar­retrare me che ero il più alto della squa­dra. Se non fosse stato per questa situa­zione, ora non sarei qui a parlare con voi».

Da quando è arrivato a Roma è stato pa­ragonato ad Aldair, l’unico giocatore per il quale la società ha ritirato la maglia.

«L’ho conosciuto a Roma ma è sempre stato un mio idolo, un punto di riferimen­to. Mi fa piacere l’accostamento ma io non posso percorrere la sua stessa strada: è ar­rivato alla Roma più giovane di me, ha avuto più tempo per costruire la sua storia in questo club. Ha lasciato un grande ri­cordo e ha ancora tanti estimatori. E’ giu­sto che sia così per quello che ha fatto nel­la Roma e nella Nazionale».

Tornando a lei, quale è stato il momen­to più difficile della sua avventura roma­na?

«Tutti i momenti in cui non ho giocato per infortunio. Ho avuto dei dubbi sul mio recupero. Per fortuna ho avuto al mio fian­co moglie e figlio a darmi tranquillità. Mio figlio già gioca a calcio: vedeste come pic­chia... ».

Lei invece è sempre stato un difensore deciso ma pulito.



«Ho sempre giocato in questo modo. A volte è necessario commettere un fallo ma io cerco sempre di prendere il pallone. Si­curamente mai vorrei fare male a un av­versario » .



Qual è il difensore della Roma con cui si trova meglio?



« Non è una questione di uomini. L’im­portante è adattarsi agli stili degli altri. Un difensore centrale deve pensare sempre in due. Mexes lo conosco meglio perché da due anni giochiamo insieme. Ma anche con Burdisso e Andreolli c’è feeling».

E’ possibile immaginare una Roma con la difesa a tre?

«Si potrebbe fare».



Ranieri vuole una Roma attenta alla fa­se difensiva. Come cambia il modo di gio­care dei difensori?

«Un po’ è cambiato. Giochiamo sempre con la difesa a quattro ma con un modulo diverso. Ranieri ha detto che avrebbe ab­bandonato lo spettacolo però non vuole far giocare male la Roma. Nessuno vuole gio­care male perché l’arma migliore per ar­rivare a vincere è giocare bene».

Con il nuovo allenatore tanti giocatori sono rinati.

«Con Ranieri abbiamo lavorato tutti tan­tissimo, ci siamo sacrificati. All’inizio fa­cevamo le cose più semplici poi, quando abbiamo preso fiducia, abbiamo comincia­to a giocare meglio».

Si aspettava l’esplosione di Julio Ser­gio?

«Chiunque gioca nella Roma ha le qua­lità per farlo. Lui è stato bravo ad aspetta­re il suo momento. La Roma ha quattro portieri di qualità: non dimentichiamo quello che ha fatto Doni in questi anni».

Come si spiega la crescita dei portieri brasiliani?

«Da noi i preparatori stanno lavorando molto. E i risultati ora si vedono: ai brasi­liani si dà fiducia».

Anche l’Inter ha un brasiliano. E’ davvero una squadra irraggiungibile?

«E’ la squadra più forte perché può cam­biare tanti giocatori mantenendo lo stesso standard. Non è tanto un problema di chi insegue, il fatto è che loro non perdono mai e vincono anche le partite impossibi­li. Comunque è ancora presto, c’è tutto un girone di ritorno da giocare. La Roma pro­verà a prendere più punti possibile per av­vicinarsi al vertice. Due anni fa ci siamo andati vicini, dimostrando di avere quali­tà per farlo».

Mourinho le piace?



«Non lo conosco. Ma tutti i giocatori che lavorano con lui sono entusiasti, quindi de­ve essere un allenatore bravo».

Riuscirà a competere per la ?

« L’Inter è tra le squadre che possono vincerla. A me piace più di tutte il Barcel­lona, che gioca un calcio splendido. Ma ci sono anche Real Madrid, Chelsea, Man­chester United».



La Roma deve rimandare la sfida alle grandi d’Europa ma ha ancora tante par­tite importanti da giocare: tra queste il derby. Quanto conta per Juan la partita con la Lazio?

«Tantissimo. Quando sono arrivato non la sentivo più di tanto. Adesso è un’emo­zione che si percepisce prima, durante e dopo. La gente per strada ti chiede solo di battere la Lazio».

Roma- Lazio è come Flamengo- Flumi­nense a Rio de Janeiro?

«No, molto di più».