Venditti: "L’importante è che noi romanisti siamo felici"

08/11/2009 alle 11:07.

CORSPORT (R. BOCCARDELLI) - «La Roma è il cuore pulsante, emozio­nante. Se si ferma la Roma si fer­mano anche una speranza di riscatto e di cambiamento in chiave sociale. La Ro­ma appartiene al cuore e alla storia di tutti quelli che dal 1927 in poi hanno ti­fato e tifano per lei». Quando Antonello Venditti parla della Roma non resta mai in superficie, ma scava nel profondo, nell’anima di una passione che può sembrare inspiegabile per una bandiera, per quei due colori, per quegli undici in pantaloncini che corrono dietro un pallone. Senza insegui­re l’applauso facile o l’unanimità. Spes­so facendo discutere. Ma tant’è, e meno male che è così. Tanto che..

Hai sentito il bisogno di raccontarti in un libro. Non bastava la prolifica produ­zione da cantautore?

«Non è la stessa cosa. Questo racconto nasce da un’esigenza quasi inaspettata. Alla morte di mia madre, due anni fa, in­vece di aprire i vecchi scatoloni e legge­re... ho istintivamente preso a scrivere. A raccontare di me e di lei, di questo no­stro amore racchiuso in questa frase controversa. “L’importante è che tu sia infelice”, Frase che mi ripeteva spesso come una sorta di provocazione, frutto di un’educazione che paradossalmente ha sviluppato in me la ricerca della li­bertà, della mia identità poi sfociata an­che e soprattutto nella musica».

Un racconto molto privato, ma dove anche l’amore per la Roma occupa un posto importante.

«La passione per i colori giallorossi per me non è mai stata secondaria. Ha sem­pre fatto parte del mio vivere e del vis­suto di milioni di persone che dal 1927 in poi si appassionano, soffrono e gioiscono per la Roma. Per questo, rivoltando un po’ il titolo del mio libro dico “L’impor­tante è che noi (romanisti) siamo felici”.

In un momento in cui proprio la tifose­ria romanista sembra divisa, disillusa, addirittura all’opposizione di squadra e società.

«Da un paio d’anni i tifosi della Roma vivono due realtà, quella virtuale e quel­la reale. Dove la realtà virtuale spesso prende il sopravvento. Vale a dire, si parla, si pensa, si discute più della so­cietà e dei suoi problemi che di quanto avviene in campo, nella squadra, allo stadio, dove puoi vivere fisicamente la partita. Si è arrivati addirittura a fischia­re un gol di Vucinic perché magari nel­la testa viaggiano pensieri di altro tipo. Più di chi giocherà, di come stanno i gio­catori, magari interessa cosa sta facendo Unicredit. Siamo assediati da una realtà virtuale che travalica il senso di appar­tenenza. Non registro lo stesso stato di cose nei confronti di Moratti, Berlusco­ni o della Fiat. C’è disaffezione, è stato scavato un solco. Io direi invece di non fomentare, di ricominciare a parlare di calcio. Certo, anche di un centravanti che ci serve come il pane, e di un ester­no basso a sinistra per esempio. Tutti vo­gliamo una Roma più forte».

Ma quella di oggi com’è?

« Al completo questa Roma mi sembra ancora una squadra formidabile. Pur­troppo ci sono sempre troppi assenti. Contro il ad esempio mancava­no e
, non so se mi spiego. Ranieri mi piace, è pragmatico, realista, sa dirti le cose direttamente e per quel­lo che sono. Io ho fiducia in questo tec­nico ».

Da un po’ di tempo non sei stato più avvistato allo stadio.

« Ma non c’è nessun mistero sotto. Noi del “Roma Capoccia” ci siamo presi un anno sabbatico. Dopo la perdita di Mim­mo Spadoni, il nostro fondatore, abbia­mo deciso per un anno di silenzio. Ma tornerò. E’ allo stadio che si vive meglio questa irrinunciabile passione per i colo­ri giallorossi».

Nel racconto ci sono anche le origini della tua passione romanista.

« Origini lontane, dei primi Anni Ses­santa. Fu mio zio, Adalberto Siccardi, detto l’Avvocato, socio fondatore della Roma, a farmi amare questa squadra. Ero un bambino ma grazie a lui ho avu­to la fortuna di conoscere giocatori miti­ci di quegli anni, nonostante la Roma non fosse una squadra di primissimo pia­no.

« Ricordo i vari Lojacono, Angelillo. Guarnacci, il capitano, abitava nel mio stesso palazzo di via Zara. La domenica uscivamo insieme, lui andava allo stadio a giocare la partita, io... pure, da piccolo tifoso. Solo che prendevo l’autobus. Era un altro calcio, più popolare e vicino al­la gente. In quel periodo studiavo piano­forte e pensavo: “Un giorno scriverò l’in­no della Roma”. Quando è morto mio zio ed ero già un cantautore, “Roma Roma Roma” mi è uscita dal pianoforte come un’esigenza irrinunciabile e, insieme ad alcuni miei colleghi romanisti doc di al­lora in RCA, l’abbiamo fatta diventare la canzone che è. Che forse allora, in perio­do di grande impegno politico, conside­ravamo tutti in qualche modo minore, ma che invece, a pensarci bene, come “Grazie Roma” rimarrà, anche dopo di noi. A distanza di anni ho rivalutato mol­tissimo il peso specifico di quelle canzo­ni dedicate alla nostra passione».