
IL ROMANISTA (S. PACIFICI) - Dio solo sa quando a certi epitaffi viene concesso lonore di vedersi scolpiti su pietra tombale proprio nel mese dei morti. Dio solo sa, e forse adesso non solo lui, perché questonore doveva capitare proprio a noi, che di questa benedetta Roma siamo tifosi fino alla morte. Però questo accade, in questo novembre uggioso che ci sta seppellendo piano piano, sotto manate di terriccio per niente lieve.
uggioso che ci sta seppellendo piano piano, sotto manate
di terriccio per niente lieve. Questo novembre da onoranza
funebre ci sta infilando a forza nel tunnel dei morti come
solo Osiride sapeva fare, pretendendolo da faraoni sparati
dopo defunti dalle loro piramidi verso la costellazione di Orione. Solo che quello era il Duat, il regno celeste che apriva le porte al paradiso eterno. Davanti a noi invece oggi si schiudono terribilmente quelle delle fiamme dellinferno di Ugolino, infestato da teste rosicchiate dalla disperazione.
E neanche le estemporanee resurrezioni di Lazzaro Vucinic, apparentemente liberatosi dal diavolo in corpo, sono sufficienti a salvarci dalle ustioni. La settimana che si è aperta è di quelle che sannunciano orride per le sorti della Roma, legate a doppio filo con quelle di Italpetroli. E che cosa accadrà non è ancora prevedibile. Dunque? Restare incaprettati in una babele finanziaria come quella nella quale siamo impantanati non si può. Perché quello che noi tifosi abbiamo davanti agli occhi è solo il nulla. Oggi come oggi, non resta che una sola via duscita per cercare di smuovere queste sabbie mobili: lanciare lsos a chi ha già manifestato linteresse a farlo, per muovere un passo avanti e salvare questa disgraziata Roma. Cioè Francesco Angelini. A chiederlo è la piazza, che ormai palesemente tutte le volte che può, allo stadio e fuori, contesta lattuale gestione della società.
A chiederlo è la situazione finanziaria che ormai conosciamo bene (in che stato arriviamo a gennaio, con quale fegato pensare a giugno?), come indirettamente lo chiede anche la squadra che va in campo, con la faccia spaccata di De Rossi che diventa un emblema. A chiederlo è il dato di fatto di un mercato impossibile
nel passato e nel futuro tanto da costringere Ranieri alla presa datto di una situazione difficile che ci espone alla mercè dei favori degli altri club («Bisogna vedere quello che si riesce a fare con le nostre forze e laiuto
di qualche altro presidente, questo è il nostro mercato», detto ieri alla radio). Un prestitino e via, quello che si può si fa, per altro ripassare nel 2042. A chiederlo, ancora, è anche il fatto che, quando la Roma gioca
con lInter come domenica, ci sembra un partitone.
Perché abbiamo negli occhi Livorno, e si fa strada unassuefazione fetusa alla rometta che sta mutando anche lanimo di noi tifosi. Qualche tempo fa, con una squadra in palla e uno straccio di mercato, quellInter lavremmo fatta a brandelli.
Mou o non Mou.
Tuttavia, cè chi si ostina a propinarci (ci prova ancora, senza neanche un brufolo di rossore) un va tutto bene madama la marchesa. Per la verità ce lo hanno propinato anche quando le cose, apparentemente, andavano bene sul serio. Almeno sul campo. Nel periodo doro spallettiano, quando le vittorie di fila non si contavano più. Eppure già da allora si cominciava a intravedere qualcosa di verdemarcio che faceva capolino da sotto la doratura della patina. Qualcuno, come noi, lo stava avvertendo già allora, ne fiutava lodore acre come un refolo nellaria acida. E irrimediabilmente, ne percepiva la drammatica potenzialità autodistruggente.
Oggi, ancora oggi, ci spiattellano una visione monodimensionale edulcorata, una realtà virtuale fatta di gestioni miracolose. Insufflano nebulose da Istituto Luce fatte di Rome che lottano su tre fronti. Dipingono autofinanziamenti virtuosi, lanciano improbabili mozioni degli affetti a tifosi che non rispondono più, filosofeggianosu lucidi rendering stadi futuribili che sono esclusivamente nel mondo delle idee di Platone
(solo lattività filosofica permette di dischiudere allanima il mondo delle idee, discernendo lessenziale e il reale, le cose che realmente sono da ciò che si vede ma non è).
Come dire, essere e dover essere. Poi, come se nulla fosse, certi eduardiani fantasmi tornano a fumare cicche e a rosicarsi le unghie sprofondati nel blu vuoto cosmico del loro Olimpico. Sempre più deserto, sempre meno nostro, sempre più loro. Ci vuole poco a capirlo, la realtà delle cose è sotto gli occhi di tutti. Altro che dover essere. E tragicamente fatta di bilanci in rosso, di uova sui pullman, di un totale abbonati seppellito tremila volte persino da Lotirchio. Di un disamore così così totalizzante, così deprimente (anche dopo Inter-Roma) che tocca tornare ai tempi di checchennina per ripescare, nelle tasche sfondate della
gente, una demoralizzazione di tale foggia psicoanalitica, assillante e mefitica da togliere il fiato e lanima.
Ora che quel refolo acido è diventato tempesta, ora che lo tsunami invade le anime e se le porta via nel purgatorio dei tifosi abbandonandole al loro limbo infinito, ci siamo anche sentiti dire per tutta risposta un non mi dimetto. Vabbè. In qualche modo, se vogliamo, cera anche un qualcosa di vero in quelle tre parolucce. Non è ora di dimettersi e basta, infatti.