Da Amadei a De Sisti da Capello ad Ancelotti: quante partenze dolorose!

La penna degli Altri
venerdì, 07 agosto 2009 alle 7:56
CORSPORT (CASCIOLI) - Con l'addio di Aquilani siamo tor­nati ai sacrifici biblici per spe­rare che la Roma sopravviva. Se c'era bisogno di una prova per testi­moniare, con i fatti, il buco nero in cui è precipitata la società, il comu­nicato del Liverpool che annuncia come ormai definita la trattativa per il giocatore, ce l'ha fornita. Si in­tuiva tutto da tempo. Si temeva tut­to da tempo. Ma non si sapeva nul­la di certo.
Le domande formulate da questo giornale a nome dei tifosi, erano e sono rimaste senza risposta. Comin­ciano a rispondere i fatti, secondo uno stile che forse va di moda e che considera l'informazione utile solo se accetta di essere strumento ac­quiescente del potere. Sono sempre stato un cane sciolto e voglio conti­nuare ad esserlo. Non dirò quindi che per la partenza di Aquilani vo­glio stracciarmi le vesti. E' una par­tenza dolorosa, è una partenza mor­tificante, ma ce ne sono state altre altrettanto dolorose e altrettanto mortificanti nella storia della Roma e penso che sia corretto ed educati­vo ricordarle, per non deprimere troppo un ambiente che ha pochi e fragili motivi per esaltarsi.
utto avremmo immaginato il 1° luglio di quest'anno, quando si è aperto il mercato, fuorché che Kha­led Hosseini entrasse di straforo nel­la campagna della Roma suggeren­doci una battutaccia. Abbiamo infat­ti pensato all'autore de “Il cacciato­re di Aquiloni”, quando abbiamo let­to su internet il comunicato del club
Tinglese che da parecchi giorni si era trasformato nel “cacciatore di Aqui­lani'. Ma non vogliamo neppure but­tarla a ridere. Partire è un poco mo­rire, si diceva un tempo. E gli addii traumatic i che attraversano la sto­ria della Roma stanno tutti ad indi­care i momenti più difficili e penosi vissuti dalla società. A cominciare dal primo, quello di Amadei, che non colmò il debito accumulato dal­la società ed ebbe invece conse­guenze catastrofiche sulla squadra, condannandola a quell'ineluttabile degrado che terminò con la retro­cessione.
Amadei, sia ben chiaro, aveva un'altra statura tecnica rispetto ad Aquilani. Era stato il cannoniere del primo scudetto, lo avevano celebra­to come “Ottavo re di Roma”, prima che tale titolo, coniato da Bruno Ro­ghi su questo giornale, venisse attri­buito ad altri celebri campioni. Non potendo vincere niente nella Roma, Amadei andò a potenziare l'Inter di Masseroni, che aveva messo in sce­na l’ “attacco delle meraviglie”, quello composto da Armano, Loren­zi, Amadei, Wilkes, Nyers. Una pri­ma linea capace di ribaltare l'1-4 su­bìto nel primo tempo contro il Milan di Gren, Nordhal e Liedholm, in un 6-5 finale.
assarono molti anni. La Roma di Sacerdoti e di Anacleto Gianni si tirò fuori dall'inferno della serie B e tornò ad essere ambiziosa, vincendo anche una Coppa europea. Poi, nel tentativo maldestro di aggiudicarsi lo scudetto in un colpo solo, venne di nuovo travolta dai debiti accumu­lati da Marini Dettina e fu costretta
Pa vendere Sormani, Cudicini e Schnellinger, che andarono a vince­re, come era capitato già ad Amadei, i loro scudetti a Milano. Ma la par­tenza più dolorosa fu quella di De Si­sti, anche lui, come Amadei, cresciu­to nel vivaio della società e anche lui ceduto in cambio d'una ciambella di salvataggio. Stavolta la protesta del­l'ambiente fu più vibrante. Chi aveva visto partire Amadei, quasi senza profferire verbo, era appena uscito da una guerra che ci aveva abituato alla povertà. Per De Sisti fu diverso, tanto che Antonio Ghirelli, che diri­geva il Corriere dello Sport con pi­glio garibaldino, in polemica con il presidente di allora Franco Evange-l­isti, arrivò a scrivere: “Se De Sisti verrà ceduto, spareremo dai tetti”. De Sisti andò via ugualmente e dai tetti di Roma partì al massimo qual­che miagolio, perché i tifosi della Ro­ma aspirano sempre al meglio, ma sono purtroppo preparati al peggio. e partenze di Capello, Spinosi e Landini rappresentarono un caso diverso. Infatti non furono dovute a problemi di bilancio e per questo ri­sultarono ancora più incomprensi­bili ai tifosi. Diciamo che la cessio­ne dei tre “gioielli” alla Juventus fu suggerita a Marchini da un progetto tecnico sbagliato, che il presidente appoggiò perché mal consigliato e per mancanza di cultura calcistica. La proposta di Italo Allodi, general manager bianconero, venne appog­giata a Roma dall’autorevole Paese Sera e la Roma ottenne in cambio tre giocatori che per l’età, i malanni fisici e il carattere potevano essere considerati come merce di scarto:
LDel Sol (ormai alla fine di una glo­riosa carriera), Vieri (ricco di clas­se, ma debilitato dagli acciacchi) e Zigoni, un attaccante con la testa del primo Cassano, ma con i piedi non proprio parlanti.
Perché Marchini accettò uno scambio così sbagliato? Girarono molte voci, compresa quella di un suo interesse nella costruzione di una fabbrica di automobili che la Fiat aveva intenzione di realizzare a Togliattigrad. Comunque per Mar­chini fu un passo fatale. La tifoseria gli si rivoltò contro al punto che fu costretto a cedere la Roma ad Anza­lone, un presidente che si è distin to invece per aver regalato alla Roma molti nuovi gioielli, da Rocca a Di Bartolomei, da Bruno Conti a Pruz­zo, contribuendo non poco allo scu­detto conquistato poi da Dino Viola. a anche il grande presidente dovette compiere un sacrificio. Fu quando Berlusconi, in pieno fer­vore realizzativo per fare del Milan la sua prima piattaforma pubblici­taria, gli offrì otto miliardi per Ance­lotti, reduce da un grave infortunio. La Roma doveva sopravvivere e co­sì “Orzo bimbo”, come i compagni di squadra chiamavano scherzosa­mente Carlo, si trasferì a Milano, dove andò a vincere altri scudetti con un'altra maglia, come avevano fatto Amadei, Sormani, Cudicini, Schnellinger, De Sisti, Capello, Spi­nosi e Landini. Cosa andrà a vince­re lontano da Roma Aquilani non è ancora dato sapere, ma l'ultimo re­galo che possiamo fargli di tutto cuore, è quello di augurargli 'buona fortuna'.

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