Da Genova a Genova lasciando la Danimarca

In The Box
lunedì, 22 novembre 2021 alle 14:07
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LR24 (AUGUSTO CIARDI ) - Neanche la Roma di Spalletti era stata programmata per giocare con il 4-2-3-1. Poi però entrano in campo gli allenatori, che guadagnano tanto anche perché devono esporsi a possibili magre figure, correndo i loro rischi di impresa, facendo i conti con le emergenze, coi momenti, avendo il dovere di non restare immobili. E così, con tanti saluti ad alcuni ex calciatori di importanti squadre del nord, che avevano recentemente sentenziato "Mourinho non si aggiorna dall'anno del triplete", dopo alcune prove generali l'allenatore della Roma, per fare fronte all'emergenza, ha cambiato pelle alla squadra. A Genova come nel dicembre del 2005, ma all'epoca Spalletti lo fece contro la Sampdoria.
I numeri legati alla tattica sono relativi, per la teoria del calciobalilla, ma aiutano a spiegare per quale motivo una squadra concepita in un modo, possa crescere in maniera alternativa, modificandosi a causa delle necessità, e addirittura sfruttare la mutazione per ottimizzare le risorse, almeno fino a quando i ranghi non torneranno completi. Se la mossa Felix l'avesse fatta Sarri, o Guardiola o un altro rappresentante della nicchia degli giochisti, si sarebbe invocato il nobel per la scienza. Invece la fa il portoghese, che da allenatore "puro", per quanto dimostrato in carriera, non avrebbe bisogno di verifiche pratiche per chiarire di non essere venuto qua a Roma soltanto per lamentarsi degli arbitri o per scazzare coi giornalisti in conferenza stampa. Bisognerebbe quantomeno avere l'accortezza di attendere prima di inserire il Bollito alla Mourinho nei menu delle trattorie dei castelli, confuso fra le ricottine col miele e la lista di salumi, formaggi e marmellatine dei taglieri. Perché lui è uomo di campo. Molto più di tanti altri che a pallone hanno giocato.
La Roma contro il Genoa ha fatto il suo dovere, nessuna impresa, contro una squadra modestissima. È banale però evidenziare che inferno sarebbe stata la settimana in caso di zero a zero. Dopo una piccola serie di prove generali, la squadra dimostra di essere a suo agio anche con un assetto tattico diverso. Finalmente scopriamo che la Roma, temporaneamente, se il contesto lo richiede e senza rinnegarlo, può persino affrancarsi dalla prigionia del 4-2-3-1, quel marchio di fabbrica che nel calcio moderno registrò la Danimarca di Morten Olsen nei primi anni duemila, uno che da calciatore fu esponente di spicco della Danish Dynamite, il 4-2-3-1 che in Italia fu sviluppato da Mario Somma ed esaltato da Spalletti.
Ebbene sì, la Roma può giocare con un assetto tattico iniziale diverso. E così è stato. Contingenze e intuizioni. La rosa corta, gli infortuni, il Covid, la Roma oggi funziona meglio, domani chissà. Difende meglio, ha più filtro in mediana, si ritrova davanti con una varietà superiore di soluzioni, soprattutto, in quanto non obbligata dal modulo a giocare sempre e solo giocare con una punta più due trequartisti larghi e uno centrale. Recuperato Smalling, finalmente c'è abbondanza sulla terza linea. A sinistra prima o poi qualcuno tornerà ma nel frattempo, con i filtri giusti, l'impiego del faraone diventa una benedizione e non la più classica delle maledizioni per definizione, soprattutto se El Shaarawy, apparentemente il meno indicato a indossare panni proletari, mostra una disponibilità encomiabile.
In mezzo, oltre a chi viene poco utilizzato, se la squadra sa "prendersi" la partita, si aggiungono Mkhitaryan e, perché no, lavorandoci (Mourinho dixit), lo stesso Zaniolo. In attacco? Sbizzarriamoci. Accanto ad Abraham sono arruolabili Shomurodov, Borja Mayoral, Felix, ma anche Zaniolo, Mkhitaryan e Perez. Scritto in numeri: 3-4-1-2, o 3-5-2, o 3-4-2-1 che si può leggere 3-4-3 (do you remember l'Udinese di Zaccheroni?). Mourinho è stato pronto a sottolineare che si tratta di un sistema non definitivo, ma intanto c'è, e porta vantaggi.
Tutto questo per una vittoria in casa del Genoa maturata negli ultimi dieci minuti? No, tutto questo perché se in panchina c'è un allenatore vero, che durante la settimana tasta il polso ai calciatori, li scruta, li esamina, succede che si possa parlare anche di assetti, moduli e schemi. Perché i grandi allenatori, pure essendosi negli anni laureati in comunicazione e gestione, rimangono docenti di cattedra. Possono continuare a insegnare calcio. E tattica.
In the box - @augustociardi

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