TOTTI, ritorno al futuro

03/12/2008 alle 11:00.

IL ROMANISTA (ODDI) - Van Gogh morì povero e sconosciuto, Totti smetterà di giocare da leggenda vivente del calcio non solo romano ma nazionale. Ci sarebbe riuscito anche se la sua carriera fosse finita con l’infortunio del 19 aprile contro il Livorno, persino se il chiodo per appendere gli scarpini lo avesse martellato al muro Richard Vanigli due anni prima: chi è costretto a smettere nel pieno della carriera ha una corsia preferenziale per la leggenda, come James Dean, Frank Zappa, Marco van Basten o il nostro Francesco Rocca.

da leggenda vivente del calcio non solo romano ma nazionale.

Ci sarebbe riuscito anche se la sua carriera fosse finita

con l’infortunio del 19 aprile contro il Livorno, persino se il chiodo

per appendere gli scarpini lo avesse martellato al muro Richard Vanigli

due anni prima: chi è costretto a smettere nel pieno della carriera

ha una corsia preferenziale per la leggenda, come James Dean,

Frank Zappa, Marco van Basten o il nostro Francesco Rocca. Il Dio

del calcio ha deciso diversamente, il professor Mariani è stato il suo

profeta: tra Platini e Stanley Matthews, c’è un abisso, il romanista si

fermerà a metà. Il francese ha smesso di giocare a trentadue anni,

l’inglese ha vinto il Pallone d’Oro a quarantadue (sarebbero quarantuno,

ma per uno che è nato il primo febbraio…), , che d’Oro


ha solo la Scarpa, oltre ovviamente al piede, forse senza neppure ren-

V

dersene conto ha fatto la media, dichiarando di voler smettere a trentotto.

L’anno dei Mondiali, quelli del 2014, anche se poi Francesco

non è sicuro neppure di giocare quelli del 2010, con tutto che sono

in parecchi a pensare che se Lippi chiamasse lui risponderebbe presente,

e se Lippi sapesse per certo di avere una risposta quella chiamata

partirebbe di sicuro.

Che i due si stimino è cosa nota, che i due si parlino è cosa di dominio

pubblico, che la partecipazione a un terzo mondiale, dopo la

vergognosa esclusione del 1998, la sfortunata partecipazione del

2002 e il trionfo del 2006, non sarebbe strettamente necessaria per

una consacrazione già avvenuta da tempo, è un puro e semplice dato

di fatto. Come quello che il fuoriclasse di Via Vetulonia, contando anche

gli esordi, le due presenze nell’anno di Boskov, troppo vecchio e

troppo marpione per lasciarsi sfuggire l’occasione di entrare nella storia

battezzando l’esordio dell’equivalente calcistico del Messia, le salutari

panchine che gli somministrava in dosi decrescenti Carletto

Mazzone, e l’amaro calice di mesi di rieducazione e fisioterapia in tempi

recenti, ha una media di 34 partite a stagione, di cui 26 in campionato.

La media di gol fratto partita invece è di 0,419, mantenesse anche

quella potrebbe chiudere a quota 210. Già adesso davanti a lui ci

sono solamente dieci giocatori, nessuno dei quali in attività, neppure

il suo rivale più rispettato e stimato, Alessandro Del Piero, che nonostante

i due anni in più è fermo a 159 gol, contro i 169 del romanista,

che ha già nel mirino il centravanti che lo farebbe entrare nella

top ten dei marcatori della serie A, Amedeo Amadei (174), che oltre

ad essere un suo estimatore ha uno dei pochi record romanisti che

non gli appartengono, quello dell’esordio più precoce.

Ciò che non uccide rende più forte, tramanda la saggezza popolare,

un luminare come il professor Dal Monte ce lo ha confermato, facendoci

sapere che i mesi passati lontano dal campo per i due gravi

infortuni rimediati contro Empoli e Livorno li recupererà senza problemi

allungando la carriera, visto che il fisico, paradossalmente, ha

tratto beneficio dall’interruzione del ciclo continuo di calci, botte e

entrate da dietro che deve subire ogni maledetta domenica, e magari

pure il sabato e il martedì, da difensori catechizzati al massacro sportivo.

Obiettivo 210 gol, e se ci riuscisse per davvero resterebbe un solo

giocatori davanti a lui, Silvio Piola, leggenda non più vivente della

più nobile delle decadute, la Pro Vercelli, Campione del Mondo come

Francesco, senza però riuscire a vincere uno scudetto, conseguenza

quasi inevitabile per aver scelto di giocare nove anni con la Lazio. Aveva

quarant’anni e sei mesi il centravanti piemontese quando segnò

per l’ultima volta in serie A, a quell’età , che non raggiungerà mai


le sue 537 partite (la proiezione di cui sopra dice 403 in campionato,

e 520 in totale), avrà da tempo altro a cui pensare, figli, famiglia e quel

nuovo incarico in divisa di rappresentanza che è scritto anche sul suo

contratto, che prima o poi dovrà essere prolungato. La cifra tonda,

trecento gol in gare ufficiali, è un sogno non ancora vicino ma