Italia ultima stazione

14/11/2017 alle 08:35.
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LA REPUBBLICA (E. CURRO') -  Il 13 novembre 2017 resterà nella storia del calcio italiano come la data della grande disfatta: più disastrosa, nella graduatoria popolare della vergogna, delle due Coree ‘66 e 2002, di Stoccarda ‘74, di Johannesburg 2010 e di Natal 2014, prodromi gli ultimi due di questa discesa inarrestabile. Il tracollo è solo in apparenza pari a Belfast 1958: nel frattempo il Mondiale è diventato sempre più ecumenico e 60 anni dopo accoglierà 32 squadre. La Nazionale non ci sarà: starà a guardare Islanda e Panama e la Svezia, assassina solida quanto priva di picchi tecnici. La rimonta, dopo l’1-0 incassato all’andata a Solna, è rimasta nelle parole. L’Italia di Ventura e Tavecchio ha sfiorato almeno 4 gol nitidi, poi si è arresa al catenaccio altrui, nemesi inimmaginabile e fine di un ciclo pasticciato. Milano col cuore in mano ha provato a trascinare la sua squadra ammaccata. In sole 72 ore Ventura ha raschiato il fondo del barile. Vi ha pescato tre soluzioni d’emergenza, due delle quali – Jorginho per  e Gabbiadini per Eder – praticamente mai utilizzate e la terza –  per lo squalificato Verratti – gravata dell’incognita sulla tenuta fisica.  La conservazione del 3-5-2 di , rispolverato per lo spareggio, più che una sconfessione delle proprie idee era l’estremo ricorso alla memoria storica della squadra dell’Europeo. Col suo gioco sporco e col pressing iniziale, la Svezia ha ripercorso il fresco canovaccio: azzurri inibiti nel gioco a terra e pallone quasi sempre in aria. Via via, però, il sistema studiato per aprire varchi nella doppia muraglia del 4-4-2 di Andersson ha preso a funzionare. Prevedeva il passaggio obbligato dal regista oriundo Jorginho, che ha cantato Mameli e chissà se si è pentito di avere ripudiato la Seleçao. Allo smistamento immediato si offrivano i due esterni Darmian e Candreva, gli incursori d’area Parolo e  e poi Gabbiadini, trequartista-pivot per attirare marcatori e liberare il compagno allo scatto. Il graduale rodaggio è stato preceduto da tre sospetti rigori, sui quali l’energico arbitro spagnolo Lahoz, principe dell’ammonizione, ha ritenuto di sorvolare: un contrasto di Augustinsson su Parolo e due manate di Darmian e Barzagli. L’infortunio al ginocchio di Johansson, il goleador di Solna, ha favorito Jorginho, che ha smarcato per tre volte in area Immobile: girata sull’esterno della rete, cross basso con Gabbiadini in ritardo e poi destro alto di Candreva, ancora girata in corsa, smorzata dal con salvataggio di Granqvist sulla linea. Il fuoco, malgrado i dribbling mai riusciti di Candreva, si è acceso a fine primo tempo, con Parolo,  e Bonucci vicinissimi all’obiettivo. San Siro si è definitivamente infiammato dopo l’intervallo: per un’acrobazia al volo di , per le mischie alimentate anche da Chilellini, per il gesto di Bonucci che ha gettato la maschera protettiva mentre  rifiutava di riscaldarsi sapendo che non sarebbe mai entrato: «Ma che entro io, dovemo vincere non pareggià...». Di assedio vero si trattava e le avventurose uscite di Olsen ne tradivano l’impaccio. L’ingresso di Belotti e di ha plasmato un 3-3-4. Si avvicinava lo psicodramma. L’estrema mossa Bernardeschi mezz’ala. Un destro alto di , un altro rigore reclamato da Belotti, un destro al volo di  respinto da Olsen, i 5’ di agonia supplementare, Buffon che avanza a saltare sui corner: sono le scene prima delle lacrime. Dentro il crepaccio spunteranno un nuovo ct, forse una nuova Figc. È l’ennesimo anno zero. Zero spaccato. Al sorteggio del Cremlino l’Italia non ci sarà. Zitti a Mosca.