Allegri, Adani, Ranieri, gli snob e il classismo nel pallone

29/04/2019 alle 14:06.
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LR24 (AUGUSTO CIARDI) - Il calcio è bello perché puoi giocarlo in ogni modo. Marcando a uomo, a zona, pressando, tenendo la difesa bassa, esasperando i concetti tattici o lasciando spazio alla fantasia dei calciatori. Il problema nasce quando qualcuno si sente depositario della verità. E inizia a guardare dall’alto in basso chi la pensa diversamente. A quel punto il calcio si fa da parte ed entra in scena il fanatismo, che riguarda gli adepti più che i “maestri”. Quelli che “Trapattoni era preistoria perché il suo calcio oscurantista era spiegato non alla lavagna ma sulle pareti delle caverne, coi geroglifici”. Quelli che “Mourinho è soltanto un miracolato catenacciaro”. Quelli che è un minestraro assistito dal culo”. Quello che “Lippi chi?". Quelli che rabbrividiscono quando ripensano a Capello che vinceva gli scudetti superando gli avversari uno a zero con gol di Massaro. Fateci caso. Gli estimatori degli allenatori pragmatici alla domanda “chi è il più grande tecnico contemporaneo?” risponderanno, senza neanche riflettere, “Guardiola”.

Al contrario, se ai radical chic del pallone parli bene di un allenatore che non schiera la difesa a settanta metri dalla porta, inizieranno a guardarti come si guarda un orango al giardino zoologico, col sorrisetto beffardo di chi sta ascoltando un analfabeta balbettante. Potenza dello snobismo immotivato. Vinci ma ti azzardi a marcare a uomo il centravanti avversario? Sei un troglodita, io assegno lo scudetto del bel gioco a Sarri. Vai a difendere in trasferta il risultato positivo maturato all’andata? Sei il figlio limitato di Nereo Rocco. Meglio esaltare la nouvelle vague, quella che porta le squadre emiliane al decimo posto stiracchiato, che una mezza dozzina di volte a stagione fa vedere qualche buona trama di gioco per una ventina di minuti in una partita con la big di turno. Aggredendo gli spazi, invertendo i piedi sulle fasce, sovrapponendo a perdifiato fino ad annebbiarsi la vista. Poco importa se passati quei venti minuti di calcio totale ti smembri e perdi la partita. Pur di difendere le proprie idee, si accantona il risultato, che in teoria dovrebbe essere la legge. Meglio contare i passaggi riusciti o il possesso palla, novelle voci da aggiornare nell’albo d’oro di chi non accetta contraddittorio. Hai vinto praticando un calcio poco ammaliante? Non hai vinto, o nella migliore delle ipotesi potevi vincere di più.

Guai a esaltare i calciatori. Un tempo erano mangia allenatori. Ora rappresentano, per gli integralisti del pallone, l’alibi perfetto. Perché se vinco i meriti sono del mio calcio, se perdo la colpa è la loro perché non mi seguono. Al limite del club, che non mi supporta. Come in politica, dove la colpa è sempre di chi ci stava prima. Ci si costruisce un’immunità facilmente individuabile, basata e costruita sulle leggi varate in un mondo parallelo, virtuale ma poco virtuoso, abitato da chi parte dalla sacrosanta libertà di amare un certo tipo di gioco ma poi si arroga il diritto di demolire chi preferisce altro, bandendo la democrazia.

Allegri ha esagerato nello scontro verbale con Adani. Ma provateci voi a vincere cinque scudetti di fila e sistematicamente essere trattati come degli incapaci che non sanno dare un senso alla propria squadra. O a essere autore a Leicester dell’impresa delle imprese e nonostante ciò a essere considerati, oggi come ieri, dei banalotti tecnici bravini e fortunati nell’aggiustare le cose rotte. A cui magari fare domande su chi sarà il futuro allenatore della squadra che voi, in quel preciso momento, state allenando. Mica è facile.

In The Box - @augustociardi