11 MARZO 1973 - 45 anni fa la Curva Sud diventa giallorossa

11/03/2018 alle 11:54.
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LAROMA24.IT (Chiara Ciotti) - Non semplici combinazioni di numeri, ma alcune date diventano cicatrici, indelebili, impresse nella mente e nella memoria. Non sarà mai una semplice ed innocua data l’11 marzo 1973, incisa nella storia del tifo romano, scolpita nel cuore dei tifosi giallorossi: è il principio, l’inizio di una infinita storia d’amore con il luogo che per eccellenza indica amore, casa. L’11 marzo è l’approdo a casa del tifo giallorosso.

Stagione 1972/73, 21a giornata di un campionato amaro (tranne per i dolci esordi di due che la storia, in giallorosso, l'hanno scritta e che, nel cuore, saranno sempre scolpiti: Agostino Di Bartolomei e Francesco Rocca) per la Roma del mago Herrera, che chiuderà undicesima in classifica a quota 24 punti, con lo scudetto cucito sul petto della e la Coppa Italia sulla camicetta del Milan, si gioca Lazio-Roma alle 15.00 allo Stadio Olimpico (gli acerrimi nemici storici, "quelli della parte sbagliata del Tevere", arriveranno in terza posizione a 43 punti). Pulici, Facco, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, Manverisi per la Lazio di Maestrelli; Ginulfi, Morini, Peccennini, Salvori, Bet, Santarini, Liguori, Spadoni, Cappellini, Cordova e Scaratti per i giallorossi di Herrera: davanti a 78.000 spettatori si consuma un 2-0 per i biancocelesti con la rete di Garlaschelli e l'autogol di Santarini, ma la vittoria è altrove per la Roma, non sul campo. La vittoria è sugli spalti, nel giorno che alle cronache giallorosse è ricordato come la "cacciata".

Fino al fatidico giorno, l'11 marzo, il cuore caldo del tifo sia laziale sia romanista vedeva e tifava la propria squadra dalla dell'Olimpico, il settore dei tifosi di casa, da cui facevano il loro ingresso in campo i giocatori. Nei derby, però, la situazione diventava incandescente, in virtù di questa situazione di "coabitazione". La settimana precedente a quel derby, la società biancoceleste, in quanto società ospitante, aveva invitato con un comunicato il tifo laziale ad occupare la Sud. All'apertura dei cancelli, intorno alle 11.00 del mattino, i romanisti, secondo le cronache giallorosse, trovarono al loro ingresso in Sud un gruppo di laziali, entrati ancor prima dell'apertura ufficiale dei cancelli stessi, nello storico muretto che solitamente veniva occupato dai giallorossi, quello del romanista Dante: tafferugli e scontri in risposta a quella che veniva considerata un'onta per i romanisti, che costrinsero di fatto il gruppo dei laziali, rimasti isolati, a trasferirsi nell'angolo verso la Tevere, lasciando che l'ondata giallorossa colorasse la Curva. Ad inizio partita 3/4 della Sud era romanista e nel derby successivo, quello del dicembre del 1973, grazie ai picchetti in atto dai giallorossi a difesa dell'entrata in Curva, i biancocelesti guardavano la Sud, ma dalla Nord, da quel momento posto a loro relegato. Appunto, la famosa "cacciata" e l'altrettanto illustre "conquista" della Sud.

Ma, se da un lato si esalta il gesto eroico della vittoria e si parla di "fuga" biancoceleste, dall'altro, dalla sponda opposta del Tevere, si parla di "leggenda" e "mito fantasioso" del resoconto romanista, addirittura di "menzogna". In quel derby, sì, i laziali entrarono prima in Sud per avvantaggiarsi nell'occuparla, essendo in netta minoranza rispetto ai più numerosi romanisti, ma a seguito delle solite colluttazioni e dei classici parapiglia, secondo le cronache biancocelesti, furono le forze dell'ordine ad intervenire e separare i contendenti ristabilendo la situazione. E nel derby del dicembre 1973 non furono i picchetti giallorossi a fermare l'ingresso dei laziali in Sud, ma l'ordine della Polizia di Stato che, nella settimana precedente alla stracittadina, aveva richiamato i capi delle associazioni delle due tifoserie per evitare nuovi incidenti, assegnando la Sud ai romanisti e ordinando il trasloco dei laziali in Nord.

Due versioni differenti e opposte che richiamano inevitabilmente la contrastante visione manichea del mondo e del tifo stesso tra romanisti e laziali. Quel che è indiscutibilmente certo è che, quel meraviglioso 11 marzo (non per il risultato, non per la stagione, ma per la "conquista") la diventa la casa del tifo giallorosso: identità, protezione, appartenenza e comprensione. Quello che essenzialmente è casa. Dall'11 marzo del '73 la Sud è il focolare domestico del tifo romanista: cori, striscioni, sfottò, canti, proteste e battaglie dei ragazzi che di generazione in generazione si passano il testimone. Cos'è "casa" se non appunto tradizione e valori? La Sud è un valore, il tifo è uno stato dell'anima, permanente: nasce, cresce e si ingrossa, giorno dopo giorno, e non muore. Mai. Da quell'11 marzo ad oggi, dallo striscione del "T'ho fatto cambià curva", al "Figli di Roma, capitani e bandiere... questo è il mio vanto che non potrai mai avere" fino al granitico "Il mio nome è il simbolo della tua eterna sconfitta", la Sud è casa dei romanisti. Per sempre.