7 GIUGNO 1942 - Dino Viola in bici a Livorno per un pezzo di scudetto

07/06/2017 alle 10:33.
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LAROMA24.IT (Federico Baranello) - Sfogliare un quotidiano del giugno del 1942 significa trovare, purtroppo, termini quali nemico, assalto, bombardamenti, prigionieri, mutilati, catture, combattenti, cadaveri, morte. È un mondo in preda ad un conflitto bellico sempre più “allargato”. Nonostante le notizie provenienti dai vari fronti dove dilaga la guerra, sfogliando Il Messaggero dell’8 giugno del 1942, è possibile leggere in terza pagina un gran bel titolo: “La Roma è salda al comando”. Un titolo che racconta una quotidianità molto diversa da quella rilevata dalla “Carta Annonaria” che consente l’accesso ai beni razionati. Un titolo che si distacca per un momento dal pensiero e la preoccupazione dei propri cari al fronte. Nonostante tutto c’è quindi spazio per il sogno.

Il sogno racconta che la Roma si presenta allo Stadio “Edda Ciano Mussolini” per affrontare il Livorno. La compagine giallorossa ha, a due giornate dalla fine del campionato, 38 punti: uno più del Torino e due più del Venezia. Quello che è certo è che non sarà una passeggiata giacché i labronici sono impelagati nella zona retrocessione e questo rende la visita in terra toscana alquanto insidiosa.

La squadra non è sola, come non lo è mai stata e mai lo sarà, c’è anche un treno speciale con trecento tifosi. Non solo, in questo periodo è di stanza a Pontedera, come ufficiale dell’Aeronautica, l’Ing. Dino Viola. Insieme alla moglie Flora decidono di andare a vedere la partita percorrendo in bicicletta i 35 km di distanza. Lui, che aveva seguito la squadra in trasferta anche a Venezia il 26 aprile precedente, sfruttando la divisa riesce anche a entrare nello spogliatoio e portare l’incitamento ai colori giallorossi. Amore vero.

I giallorossi hanno un approccio molto saggio verso la gara: “Sicura della sua forza la Roma ha apparentemente lasciato al Livorno l’iniziativa pur di non seguirlo su un terreno che poteva arroventarsi nonostante la ferma e sicura guida di Galeati, pur di non rinunciare al suo gioco di controllo calmo ed inesorabile d’ogni mossa avversaria” (Il Messaggero, 8 giugno 1942). Al 24’ del primo tempo arriva il primo gol giallorosso: doppia triangolazione Cappellini-Borsetti e cross di quest’ultimo, “sulla palla corrono il livornese che manca in pieno (e il sole l’aveva alle spalle) la presa e Pantò che colpisce preciso e devia in rete” (Il Messaggero, 8 giugno 1942). Nel secondo tempo la Roma amministra la gara rendendo ancora di più marcata la differenza tra le due squadre. All’81’ la rete che chiude la partita: sugli sviluppi di un calcio di punizione respinto corto dalla barriera il pallone arriva “sul piede di Amadei che da fermo sferra un tiro imparabile mirando all’angolo opposto” (Il Messaggero, 8 giugno 1942). È lo 0-2 finale.

L’amore verso i trecento e verso Dino Viola e consorte è ripagato. Così com’è ripagato l’amore di tutti coloro che dal fronte inviano costantemente lettere e pensieri alla società giallorossa. Un mare di lettere proveniente da tutti i luoghi della guerra. Soldati che stanno servendo la patria, lontano dalle famiglie. Soldati impauriti e malnutriti che vedono orrori di tutti i tipi, sangue e morte. Nel loro cuore c’è ancora spazio per la Roma prima in classifica, che regala loro un sogno. E allora scrivono per complimentarsi con i giocatori e chiedono di poter avere delle spillette, una fotografia autografata e la Roma risponde a tutti dopo aver mandato foto, distintivi e maglie: “Ed il soldato tifoso cammina ora con dentro lo zaino la fotografia di Masetti e di Pantò, e negli orecchi l’urlo degli stadi lontani un passo dietro l’altro: la strada è lunga, ma la vittoria è vicina” (Il Littoriale, 7 febbraio 1942).

Lo scudetto ha preso la strada per Roma. La speranza di un popolo in guerra ha due colori: il giallo e il rosso.